Segni

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Ogni tanto dall’universo arrivano dei messaggi, dei segnali, che possiamo o non possiamo comprendere, ma che ci colpiscono e possono dare spunto a delle riflessioni.

Ci sono segni evidenti del passaggio di un fenomeno atmosferico, un’alluvione, ad esempio: strade bagnate, muretti caduti, macchine intrappolate nei sottopassaggi. E poi ci sono dei segni intangibili, impercettibili, che cambiano la natura delle cose. Personalmente penso di essere abbastanza negata nel carpirli, proprio perché, essendo spesso persa nel mio mondo o occupata a riempire il mio tempo di cose da sbrigare, vedo cose dove non ci sono e nego l’evidenza di quelle dalle dimensioni gargantuesche (come il malessere del mio ex negli ultimi sei mesi che siamo stati insieme).

Però, ogni tanto, apro gli occhi e faccio i conti con la verità. È questa che mi sta facendo pensare che non sbaglio, stavolta. Una verità fatta di sguardi, di mani strette e di voglia. Quella voglia di vivere, di viaggiare, di scoprire e di perdersi senza perdersi. È un fenomeno atmosferico che non puoi classificare, è un tramonto inatteso che va immortalato; è una sera di fine estate su un ponte girevole, è un bicchiere di grappa bevuto tutto d’un fiato, è una città piena di tesori nascosti, è un orgasmo che affonda le unghie nella schiena, è una musica spensierata da una finestra chiusa, è una camera con una vista che non hai visto, è un presente imperfetto in un futuro da scrivere, è un pensiero sincero ad occhi chiusi, è un paio di tacchi da cui non cadere, è l’ebbrezza di volare mantenendo il contatto, è un grido sommesso, una risata felice. È un sorriso un po’ ebete, è una parola non detta. È la cicatrice, il graffio, il segno sul collo di un bacio appassionato.

È qui, e non va via.

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Elementi antropici

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Elementi costruiti dall’uomo, mi spiega Stellina, 7 anni.

Ieri ho sclerato di brutto. Ho litigato con Fra perché mi ha fatto incazzare una cosa che lei aveva fatto solo nella mia testa. Un elemento antropico, per l’appunto. Un po’ cerebralmente onanistico, ma sempre di una costruzione si tratta. Ho chiesto a Carlo e Claudio di contenere i danni, perché sapevo che ne avrei fatti, e per fortuna è andata bene. Ho avuto l’appoggio soprattutto di Claudio nel gestire la cosa, mi ha fatta sentire come io stavo facendo sentire lei e mi sono data una regolata. Le ho detto che le voglio bene e che non voglio perderla per delle cazzate, abbiamo ragionato e ci siamo ristabilite. Tolto il CapsLock e ricominciato a scrivere con il nostro modo sciallo, abbiamo programmato un’altra vacanza insieme. Quasi a voler dire OK, ABBIAMO FATTO PACE DAVVERO. Il problema è che questi costrutti mentali autoerotici insorgono quando meno te lo aspetti e finiscono per rovinarti la giornata (nel migliore dei casi) o addirittura i rapporti con gli altri (nel peggiore). Tenerli lontani è pressoché impossibile, ma, come dice il manuale “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita” di Giulio Cesare Giacobbe, basta smettere e basta, che di per sé non è una spiegazione, ma è l’unica soluzione; realizzare che, in fin dei conti, non ha senso e dedicarsi ad altro, musica, pittura, punto croce, alcool. Io ho scelto l’alcool e devo dire che, nonostante qualche piccola rimostranza del mio stomaco, ormai rassegnato a questa nuova vita, ho trovato pace. E sonno.

Morire, dormire. Dormire, sognare, forse.

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“Il mio corpo vibra di te, della tua assenza, del tuo piacere.”.

Sognare, per davvero, con gli occhi aperti e la vita fra le mani.

Ho fatto una follia, come tante nella vita. Sono partita, di sera, verso luoghi e mondi sconosciuti, facendomi sorprendere dalle luci nella notte dietro una collina e dal panorama sconfinato verso il mare, il cielo e l’immensità. L’ho voluta, profondamente. Ho messo su il mio cd del periodo, un disco educato dal titolo “Gradisce dell’Indie?” e mi sono lasciata trasportare verso la costa alle mie spalle. La notte mi ha dato rifugio, sollievo, mi ha accolta tra le sue braccia sulle note che avevo scelto, sorprendendomi. Come tutta la gente della notte, mi sono accomodata in quell’oscurità, prendendomi il mio spazio. Ho raggiunto degli occhi grandi e scuri, al di là delle stelle a me conosciute, delle mani assetate, delle labbra avide e calde. Ho raggiunto me stessa, ho ripreso contatto con quella parte che chiede, pretende e talvolta si impone. L’ho recuperata dal baule impolverato dell’oblio e in gran spolvero le ho fatto respirare quella stessa libertà. Ho raggiunto la voglia, la sete, la fame, la carne, il sangue e la fragranza pungente di una mela peccaminosa appena addentata, ma non mi è bastato. A morsi nervosi, carichi, pregni di violenza, ne ho staccato ogni piccolo pezzo fino al torsolo, nudo, inutile. Soddisfatta, ma non sazia, ho abbandonato il vero per l’onirico e al mio ritorno ho cercato quel torsolo per addentarlo ancora, all’osso. Avida, ingorda, ho preso la vita e ne ho fatto acqua e pane. Ho rivisto il mio corpo, nudo, allo specchio, perso nelle sue mani, nelle parole sussurrate all’orecchio, da far rabbrividire. Penso a questo stesso corpo che ormai gli appartiene, usato e coccolato a suo piacimento conservandone rispetto e devozione, sporcato dal suo odore e ripulito dalle sue parole. Veleno, pozione, elisir: tutto per rendermi me stessa, per riprendermi il mio posto, il mio io. È poesia, è musica, è arte. È l’ispirazione che cercavo, lo stimolo a riaccendermi. E se riprendo il controllo, non mi controllo più.

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