E rispondimi, ciuciù!

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Si consiglia la lettura ad un pubblico maturo e consapevole, il testo seguente è pieno di imprecazioni e turpiloqui di qualsivoglia origine e natura. Grazie per l’attenzione.

Ciuciù! A faccia ra’ zoccola vecchia!
Amore… sei tornata! Ti aspettavo a braccia aperte, vieni sotto le coperte! Si, però , chiudi le porte che se parlo a voce forte io non mi controllo più!

– Federico Salvatore

Allor, iniziamo con una bella citazione scanzonata del buon Federico Salvatore, che qua ci sarà poco da ridere. Due cose mi sono rimaste: il canto e la scrittura. Partendo dal fatto che se canto per quanto mi girano, spacco i vetri e suonano le campane del chiostro di San Benedetto a un chilometro e mezzo da casa mia, è meglio se scrivo.

Due giorni di febbre, di noia, di rottura di cazzo dentro casa senza fare una minchia. Sei malata, che cosa vuoi fare, camminare sul filo tra un palazzo e l’altro? Stai a letto, guardi la tv, leggi (no, non leggi perché tenere lo sguardo fisso ti fa venire il vomito), stai al pc (no, per lo stesso motivo), ti siedi sul divano e richiudi gli occhi sperando di dormire e far passare il tempo più velocemente. Ti sveglia l’orologio che vuole farti fare attività fisica. Vaffanculo, sono malata. Richiudi gli occhi. Ti sveglia il cellulare, pubblicità di depuratori d’acqua. Vaffanculo, morite. Si fanno le sette di sera, provi a cenare, vomiti, ti rimetti a letto e dormi. Dormi fino alle 2.30, quando il tuo organismo si ricorda di emettere liquidi anche da sotto, oltre che dalla bocca dello stomaco in su. Una vescica funzionante, almeno. Punto positivo. Torni a letto, non riesci a prendere sonno. Ti giri, ti rigiri, ti metti su FB che alle tre di notte è praticamente fermo, ci rinunci, ti schiatti in faccia la fascia per gli occhi e ti imponi di addormentarti. Dopo mezz’ora di bestemmie ci riesci, tuttavia ti sei dimenticata di spegnere il cellulare, che fa suonare la sveglia alle 7.05 di domenica mattina. Mannaggia il creato. La spegni (quando mai mi sono svegliata alle 7.05?). Riprovi a dormire e cadi come tramortita tra le braccia di Morfeo, magicamente. Alle 8.00 però sei di nuovo in piedi, senza speranza di redenzione. Misuri la febbre, non ne hai, puoi spaccare il mondo. Tua madre coglie la palla al balzo e ti invita a riordinare i cadaveri sparsi nella tua stanza dopo la guerra civile (solo così si può spiegare il volume di disordine, che sì, a me dà anche fastidio, ma la voglia di rimettere a posto non c’è mai e con la scusa della mancanza di tempo evito, ma non oggi. Non una domenica mattina in cui sei a casa senza febbre). Ma ormai stai bene, diamo una ripulita, daje. Il tempo vola, sto alla grande, pranzo e tutto rimane all’interno del mio organismo in un modo così naturale che sembra quasi che i momenti bui del giorno prima siano solo un lontanissimo ricordo nello spazio e nel tempo. Arrivano le cinque giocando a TheSims che inevitabilmente crasha male senza aver salvato gli ultimi 10 anni di vita dei tuoi personaggi e decidi di dedicarti allo sfogo numero 1 di cui sopra: canti. Inizi a cantare delle canzoni che non sai, alte, altissime, con la forza che non pensavi di avere e stoni, male, malissimo, ma te ne fotti tantissimo perché sticazzi, io sto bene, sono stata due giorni a crogiolarmi nella mia insicurezza, adesso posso fare tutto, anche Adele, anche Ella Fitzgerald che non so manco come si scrive, anche Liza Minnelli, sto spaccando tutto. Arrivano gli amici che aspettavi, passate una piacevole serata, nonostante lo sguardo strano di lui, che ogni tanto incrocia il tuo e non sai se sia tutto ok, o sei semplicemente un po’ paranoica, ma state bene insieme, ti manca, ha poco tempo, ci sono gli amici, si deve andare avanti. Senza accorgertene mangi l’ira di Dio in Terra, bevi birra, ridi, stai volando, i tuoi amici si divertono e alla fine è ora di andare. Li saluti, ti metti a letto e sei pronta, prontissima per affrontare una favolosa settimana di lavoro intenso. Favolosa poi, diciamo piena, impegnativa. Favolosa proprio no. Ti metti a letto, quindi, stanca, finalmente, hai bisogno proprio di dormire. E invece no. Il tuo cervello ti propone delle immagini. Immagini di quello sguardo strano di lui, di quella cosa detta a mezza voce che ti mette un tarlo nel cervello, inizia a farti pensare che forse non è stato bene, forse si è sentito costretto a venire, forse non dovevi dirgli che stavi male o che doveva portare gli amici, forse voleva solo godersi la domenica per i fatti suoi e tu l’hai trascinato dentro casa tua tra i giudizi di tua madre (che lo hai visto, gli hanno dato fastidio, ne sei sicura, ma non te lo ha detto, però era palese, tua madre lo fa senza pensarci, ma lui ci resta male, si arrabbia e non glielo dice perché è educato, è un bravo ragazzo, abbozza e poi magari ne parlate, ma non ne parlate, va via, e quando ti dà la buonanotte è un po’ freddo, ma magari è stanco, dai, domani si pensa). Quindi metti il telefono in modalità aereo, reimposti la sveglia sull’ora giusta e dici: “Dai, domani si ricomincia!”. Abbassi la fascia sugli occhi e pensi che se tutto va bene tu e lui vi rivedrete sabato. Sabato sarà il tuo compleanno di tua zia, una zia alla quale vuoi particolarmente bene perché non si è mai comportata da stronza con te né con le persone a cui vuoi bene, anzi, ha fatto un passo indietro per non entrare troppo nell’intimità delle situazioni ed è stato apprezzato (a posteriori, ma meglio tardi che mai). Ci sarà quel fesso di tuo cugino che non vedi da… da… da Luglio. Da Luglio. Quando ci siamo visti per il trasloco. Quando te ne sei andata da casa del tuo ex sbattendo la porta per quel coglione di coinquilino. Che poi, coglione il coinquilino, ma stronzo il tuo ex. Quello che si è spaccato una mano per aver letto di nascosto il tuo telefono. Quello che ti ha detto SE NON CHIUDI CON IL TUO AMICO PUOI ANDARTENE DI CASA. Quello che, quando si è trattato di difenderti dalle ingiurie del coinquilino, ha fatto scena muta. Quello che si è ubriacato una delle poche sere in cui siete usciti e ti ha fatto passare una serata infernale. Quello che ti deve ancora un tappetino della doccia e un paio di lenzuola. Quello che molto probabilmente ha detto ai genitori che te ne sei andata perché avevi un altro e un altro non ce lo avevi. I suoi genitori, gli unici “suoceri” coi quali tu sia mai andata d’amore e d’accordo. Hai probabilmente perso la faccia con loro, per colpa di un figlio degenere che prima di diventare comunista, marciava con CasaPound. E ti preoccupa, perché il compleanno di tua zia sarà nella pizzeria dove vanno anche loro. Ma sticazzi, quante probabilità ci sono che vi incontriate? Diecimila. Questa è la verità. Per questo ti piacerebbe che ci fosse anche il tuo compagno, per stare tranquilla. Ma non puoi costringerlo, è sempre una cena in famiglia, una famiglia allargata, ma pur sempre una famiglia. Sì, perché c’è anche la nuova fidanzata di tuo cugino. Quella che all’inizio ti è stata sul cazzo, ma poi è diventata la persona migliore del mondo, perché tu fai così. Delle persone di cui ti innamori all’inizio, finisci per avere una pessima opinione, quelle che invece ti stanno sul cazzo a pelle, finisci per amarle. Ma va così con tutto, le canzoni, i libri, tutto. E questa ragazza è proprio la dimostrazione lampante di quanto il tuo primo giudizio sia stato sbagliato. Lei ti ha aiutato nel trasloco. Ti ha raccolto a pezzettini quando ti mancava tutto. Senza conoscerti, così. Ha preso i tuoi bagagli, li ha caricati con te sul pullman e ha cucinato per te quando non sapevi che cazzo fare della tua vita. E tu le hai lasciato gli assorbenti. Perché ti ingombravano sul Flixbus, ma anche perché volevi sdebitarti e non sapevi che cavolo regalarle, chessò un rene? Le hai lasciato gli assorbenti pagati 2,50 € dal bangla quando giù li avresti pagati 50 centesimi. Era tutto ciò che potevi darle in quel momento. E lei ti ha anche prestato 10 euro, non si sa mai. No, devi sdebitarti, ora che vi vedete devi farle un regalo (questo sempre mentre sei nel letto a cercare di prendere sonno). Quindi ci pensi, e ti ricordi di avere 10 euro nel portafogli, come quelli con cui sei ritornata a casa, ma un bel regalo non costa 10 euro. Ti pagheranno a giorni. No, ti pagheranno il mese prossimo. Troppo tardi. Perché non ti pagheranno a giorni? Perché ti pagano ogni due mesi, quelli lì dove lavori. Ogni due mesi, 150 € al mese. Per fare tutto. Lavare, pulire, tenere i bambini, fare il corso di italiano, preparare un esame di terza media, fare la spesa, fare la lista e sentirti dire che ciò che fai non è abbastanza. Sentirti dire che cospiri alle spalle dell’organizzazione, delle colleghe, dello Stato Italiano. Sentirti dire che sei una VOLONTARIA, e le volontarie sono i mozzi di merda di questa nave alla deriva che senza i suddetti mozzi avrebbe già fatto la fine del Titanic. Basta, dormi. Dormi, agitata. Ti svegli, agitata. Suona la sveglia. Prendi un thé. Ti tremano le mani, non hai la febbre, sudi freddo e inizi a piangere fortissimo. Oggi c’è la benedetta riunione. Arriverai in tempo. No. Il tuo intestino non è d’accordo. Ti senti male e parti da casa in ritardo. Arrivi, citofoni, ti aprono, entri in ufficio, saluti e ti procuri una sedia. Sei pallida, ti manca l’aria. Tutti si aspettano che tu provveda ad aprire il citofono all’altra collega, ma non ci vai, non ce la fai. La bambina ha freddo, perché è a mezze maniche? “Cazzo ne so io, sono appena arrivata” pensi, non ti alzi neanche per coprire la bambina, ti tremano le mani. Quindi prendi la parola: “Sono uscita da due giorni di febbre, avevo detto che sarei venuta, non volevo mettervi in difficoltà, ma se siete organizzati, io andrei a casa.”. Lo dici tutto d’un fiato, piangendo, non capisci nemmeno perché. Il presidente ti guarda e ti dice di andartene ora, che potevi anche non venire, stai tranquilla. Sì, e a quelle streghe dietro le conversazioni di Whatsapp chi lo spiega che sto male davvero e che non sto dicendo puttanate? Dovevano vederti, dovevano essere presenti. Quindi te ne vai, torni a casa, piangi ancora un po’, scrivi a lui, non ti risponde, è a lavoro e forse non vuole parlarti. Quindi apri il pc, ti siedi e inizi a buttare giù un po’ di quello che ti ha fagocitato negli ultimi due giorni, dedicandoti al passatempo numero due:

scrivere.

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Non sarò mai magra

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È un fatto. È inutile girarci intorno, cercare di fare esercizi, diete e riti vodoo. Ho delle curve che resteranno tali nonostante gli sforzi.

Sono stata con la febbre per due giorni, non ho praticamente toccato cibo. Intanto mi sono state proposte visioni di modelle stramega slim, madri nature scultoree e ballerine scheletriche e sapete cosa ne ho tratto? Che sto bene nella mia taglia, nella mia quinta abbondante e con quello strato di adipe sul ventre. Certo, per mantenere tutto questo ovviamente dovrei cercare di seguire uno stile di vita sano ed equilibrato, due aggettivi che per definizione non fanno parte della mia indole, ma non mi demoralizzo. Niente addominali scultorei e un po’ di ciccia non hanno mai ucciso nessuno.

Riflettersi

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Dipinsi la tua assenza su una tela da guardare in lontananza, per preservare il ricordo di te.

Ma una tela non bastava, la tua mancanza si ingrandiva ogni momento, ogni giorno, ogni secondo.

Così la scolpii nella roccia, dura e aspra, per ricordare il dolore della distanza, la fatica per raggiungere la tua presenza.

La roccia divenne sabbia e finì bagnata dal mare delle notti insonni, le alte maree delle lacrime cadute.

Quindi smisi di cercare di riprodurre la tua assenza e mi accorsi, allo specchio, che era proprio davanti a me:

un buco nero nel petto.