Io canto

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La prima canzone mai cantata in vita mia credo sia stata Viva La Pappa Col Pomodoro di Rita Pavone. Questo tradiva già la mia famelica voglia di esibirmi: in piedi, sul tavolo di casa di mia nonna, attorniata da tutti gli zii che zompettavo allegramente sulle note del pop di inizi anni 90. Poi arrivarono Non Amarmi e Brutta. Non amarmi, perché vivo a Londra, questo amore secondo me impossibile a causa della chilometrica distanza tra i due innamorati. Solo anni dopo scoprii che in realtà l’Inghilterra non c’entrava niente con la canzone. Per Brutta il discorso cambiò. Abbandonati i tavoli, scesi sul pavimento e, stufi di vedermi cantare impugnando il pomello della tenda, i miei zii mi regalarono un microfono con l’asta, un mangiadischi (per i 45 giri) e il vinile di Brutta con pezzo originale sul lato A e base musicale sul lato B. Il sogno era cominciato.

Arrivata a Caivano, ebbi l’occasione di partecipare ai provini per lo Zecchino D’Oro. Il mio repertorio si era ampliato arrivando al Coccodrillo Come Fa e anche a brani con inflessioni straniere come Prince Valiant (QUANDO PIERO VALOROSO in realtà voleva essere CONDOTTIERO VALOROSO, ma sono inezie). Portai al provino una canzone dello Zecchino che conosceva mia madre a menadito, mentre i presenti si guardavano straniti pensando fosse un brano di Domenico Modugno: La giacca rotta. La struggente storia di un passerotto che stacca un bottone ad un infante e se ne appropria volando via. Il pezzo piacque alla commissione che colse l’occasione di invitarmi ad accrescere anche la mia conoscenza intellettuale invitandomi insistentemente ad acquistare un’enciclopedia da svariatemilalire, che all’epoca corrispondevano allo stipendio di mio padre. Tra la fame e la fama scegliemmo il pane quotidiano.
A contatto con l’ambiente partenopeo, sviluppai la memoria sui brani di Federico Salvatore, affiancandogli artisti nazionali come Laura Pausini e gli 883, formatori della mia dizione musicale che mi permette di cantare in maniera diversa da come parlo (quindi un misto tra accenti sincopati e UOUOUOUO a caso).

A Casagiove ricevetti in dono da una cugina artista il Canta Tu con le musicassette e il mio primo microfono vero. Grazie a questo sistema iniziai a registrare le prime trasmissioni radiofoniche casalinghe insieme alle amiche dell’epoca (Sara, Maria, Giovannarita, Katia e Donato che, poveretto, veniva tirato in mezzo solo per la pubblicità). I karaoke erano pane quotidiano alle feste di compleanno e arrivò l’opportunità di un concorso canoro gratuito organizzato dalla parrocchia di fronte casa. Preparai il pezzo, conobbi il maestro Ferraro (che ricordo ancora con molto affetto e stima) e mi trovai a sette anni a cantare con un’orchestra di una decina di elementi un pezzone di Laura Pausini, con mia madre che faceva il mimo delle parti che non riuscivo a ricordare a memoria. Vinsi il primo premio senza sapere come fosse successo e tutto mi sembrò molto normale. Non mi sentivo più brava degli altri, ammiravo molto una ragazza di nome Linda che per me era LA CANTANTE che volevo essere. Come accade quando inizi ad avere un minimo di notorietà, anche io iniziai a credere che tutti mi volessero bene e che il mondo della musica fosse solo belle note e opportunità. Quindi arrivò la mia nemesi: Giulia, una ragazzina della mia età con delle tette già formate e dei labbroni da canotto che voleva a tutti i costi che io fallissi per prendere il mio posto. Io non capivo perché ce l’avesse tanto con me, in fondo mi sono sempre limitata a fare ciò che mi piace fare senza rompere le scatole a nessuno, ma evidentemente non la vedevamo allo stesso modo. Quattro edizioni e due premi dopo la ritrovai nella mia stessa classe alle scuole medie. Il professore di musica aveva fatto parte della commissione esaminatrice dei concorsi e si ricordava di me, rossa, R moscia, sul podio tre volte su quattro, ho dato nell’occhio. Giulia, invece, era una sconosciuta che si spacciava per cantante. Furono tre anni di guerra fredda, il professore premiava la mia disponibilità e Giulia si limitava a dire in giro che ero una merda. Normali public relations dello show business.

Giunsero così gli anni della sala prove, gli anni buttati dentro 20 metri quadri ad ascoltar cantare grunge, doom metal, scream, power metal e ogni tanto un po’ di Beatles buttati lì per riempire la scaletta. The Blazes (nati come CINCIMPRONCI) fu la prima formazione nata come gruppo gothic e successivamente finita a suonare gli Who, i Guns ‘N Roses e i Wolfmother. Mai usciti dalla saletta. Poi ci furono i Kymala, pop rock italiano: Ligabue, Max Pezzali, i Finley. Mai usciti dalla saletta. E poi i Dundruff, garage rock (secondo loro) e quel che capita (secondo me): due pezzi inediti, un bassista che suona la batteria, un chitarrista che suona il basso e un quasi chitarrista che pensa di suonare come Santana, ma sarebbe meglio che suonasse le campane in chiesa (come recita il verso di uno dei due pezzi inediti). E indovina, indovinello? Mai usciti dalla saletta.

Arriviamo quindi a Conversano. Prove con gruppi a Bari sulla scia del Led Zeppelin e dei Queen, un trio chitarra, basso e voce nelle campagne di Cristo delle Zolle (si chiama proprio così, è una contrada di Monopoli), esperimenti anni ’70 tra Castellana e Putignano e, proprio con quest’ultima formazione, finalmente una serata con l’Arci sempre in campagna davanti agli amici. Ah, dimenticavo, un ulteriore progetto anni 60 beat (60 Special) andato male per l’assenza del bassista. E mo ne ho uno a disposizione h24. Ah, la vita.
Intanto il karaoke non mi ha mai abbandonato, ho continuato strenuamente a sperimentarmi da Patty Pravo ai Ramones per cercare di capire come diamine propormi ad eventuali altre band. E la domanda ricorrente: perché non prendi lezioni? Perché ai tempi dei concorsi canori prendevo lezioni, ma di pianoforte e il solfeggio mi ha fatto passare la voglia di suonare. Studiare è uguale a odiare ciò che fai quindi mai prenderò lezioni di canto. Mai.

Poi a luglio 2014 conosco un gruppo emergente nella speranza di diventare loro corista prima o poi, i Madame Clochard. Il cantante dei Madame Clochard non prende lezioni e comunque girano e fanno serate, quindi c’è speranza anche per me? No, infatti lo cacciano. Intanto però si affaccia nella mia vita Piero, un bassista bagnino biondo e rinascimentale che mi dice: “Io prendo lezioni alla Scuola del Rock”. Io penso: “Si, la solita accademia che ti propina quintali di teoria e ti fa uscire al saggio di fine anno come trofeo da mostrare e poi riporre in cantina.”. Invece mi invita ad andare ad una serata organizzata dalla scuola, al Giglio Nero a Putignano. Mi preparo a bimbette imbellettate e bambini mostri alla Clerici, ma quando arrivo, con grande sorpresa, trovo una realtà ben diversa. Un ambiente giovane, fresco, divertente, ragazzini che fanno assoli della Madonna e bimbi che reppano (si scrive reppano o rappano? Aiuto.) su amiche della nonna passate a miglior vita. In quel momento ho provato per la prima volta in vita mia tanta invidia. Per loro la musica era vita, soddisfazione, energia, non frustrazione e nervosismo come in tutte le mie esperienze passate.

E così arriviamo a ieri sera. Ieri, serata NO CONTEST, esibizioni di allievi e non della Scuola del Rock con la possibilità di presentare brani inediti. Prendo lezioni da Angela da Gennaio e a detta di mia madre, che mi segue dal pomello della tenda, i progressi si sentono già. Ieri ho cantato un pezzo che ho scritto a 17 anni in un periodo in cui me ne fregava poco di essere felice e spensierata, ero triste, demotivata, avevo perso l’amore della mia vita e nessuno avrebbe mai più potuto salvare la mia anima ferita. Ah, l’adolescenza. Insomma, ieri ho cantato per la prima volta questo pezzo di vita davanti ad un pubblico e, per la prima volta, mi sono sentita realizzata. Ho pensato: “Questo è quello che volevo essere da piccola, quello che volevo fare è qui e ora.”. Se non avessi conosciuto Piero forse non sarebbe mai successo. Non avrei conosciuto Mario e ricevuto le dritte per creare un pezzo efficace, né Angela e tutti i suoi consigli ed insegnamenti per migliorare e cercare sempre nuovi stimoli. E forse, ora, non starei sorridendo come una deficiente davanti al pc pensando a tutto ciò che ho fatto finora e a ciò che mi aspetta ancora nel futuro. Intanto, io canto.

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Informazioni su Vix

“Il pensiero dell’altrove, magia, avventura, libertà, utopia e rock and roll”. Conservo lo spirito degli anni ’90 restando “A sei km di curve dalla vita”. Sono agnostica, di sinistra e pacifista salvo complicazioni: bramo il conflitto che genera confronto e crescita personale. Amo la libertà e l’arte in tutte le sue sfaccettature: la musica, il cinema, il teatro, la scrittura, la fotografia e la lettura. Ho pubblicato un libro: Il passato è un campo di addestramento. Storia di Lei. Se dovessi rinascere? USA, Anni ’60: pace, amore, psichedelia. Sputare sentenze non fa per me, evito ipocrisie ed inutili piagnistei. Per il resto, andate in pace.

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