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“Che cos’è la vita senza una dose di qualcosa, una dipendenza?”

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Cantare i Baustelle a squarciagola con quattro amici. Un’esperienza mai fatta, un condividere il lato oscuro con qualcuno che ne ha cognizione, esperienza e trarne beneficio, appagamento. Sulle note di Charlie Fa Surf abbiamo sfogato tutto, urlato QUANTA ROBA SI FA. E ce la siamo fatta anche noi, ieri, una roba di quelle potenti, di quelle che fa sudare, tremare, ridere a crepapelle, tossire, avere il fiatone, perdere l’orientamento, sbagliare le parole, inventare improbabili traduzioni ad improbabili canzoni anni 80. È una roba che non si trova spesso in circolazione, difficile da reperire, gli effetti variano da soggetto a soggetto e spesso potrebbe rivelarsi un placebo. È una predisposizione a prendere il meglio, è un’apertura al mondo, è

Fottere tutto e naufragare

Mettere gli stivali e farli andare

Correre per non arrivare

Amare il rogo, amare il suo bruciare.

Felicità allo stato puro, bruta, primitiva, vulcanica. Magnifico. Il meglio del meglio; meglio della droga, dell’eroina, meglio delle canne, coca, crack, fix, joint, shit, shoots, sniff, pet, marijuana, cannabis, peyote, colla, acido, LSD, ecstasy, meglio del sesso, meglio del pompino, il 69, le orge, masturbazione, tantrismo, kamasutra, massaggio thailandese, meglio della cioccolata, il Mont Blanc, la banana split, meglio di tutte le trilogie di George Lucas, delle puntate del Muppet Show, meglio dell’ancheggiare di Emma Peel, Marilyn, la puffetta, Lara Croft, Naomi Campbell, i nei di Cindy Crawford, meglio della facciata B di Abbey Road, gli assolo di Hendrix, meglio dei passetti di Armstrong sulla luna, le montagne russe, i festoni natalizi, la fortuna di Bill Gates, le trance del Dalai Lama, la resurrezione di Lazzaro, tutte le pere di testosterone di Schwartz, il collagene nelle labbra di Pamela Anderson, meglio di Woodstock e dei rave party più trasgressivi, meglio dei trip di Sade, Rimbaud, Morrison e Castaneda, meglio della libertà… meglio della vita! 

Sono stata bene. È stata una dose bella potente di ricostituente per l’anima. Il trucco, ora, è non risentire troppo dell’astinenza.

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Elementi antropici

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Elementi costruiti dall’uomo, mi spiega Stellina, 7 anni.

Ieri ho sclerato di brutto. Ho litigato con Fra perché mi ha fatto incazzare una cosa che lei aveva fatto solo nella mia testa. Un elemento antropico, per l’appunto. Un po’ cerebralmente onanistico, ma sempre di una costruzione si tratta. Ho chiesto a Carlo e Claudio di contenere i danni, perché sapevo che ne avrei fatti, e per fortuna è andata bene. Ho avuto l’appoggio soprattutto di Claudio nel gestire la cosa, mi ha fatta sentire come io stavo facendo sentire lei e mi sono data una regolata. Le ho detto che le voglio bene e che non voglio perderla per delle cazzate, abbiamo ragionato e ci siamo ristabilite. Tolto il CapsLock e ricominciato a scrivere con il nostro modo sciallo, abbiamo programmato un’altra vacanza insieme. Quasi a voler dire OK, ABBIAMO FATTO PACE DAVVERO. Il problema è che questi costrutti mentali autoerotici insorgono quando meno te lo aspetti e finiscono per rovinarti la giornata (nel migliore dei casi) o addirittura i rapporti con gli altri (nel peggiore). Tenerli lontani è pressoché impossibile, ma, come dice il manuale “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita” di Giulio Cesare Giacobbe, basta smettere e basta, che di per sé non è una spiegazione, ma è l’unica soluzione; realizzare che, in fin dei conti, non ha senso e dedicarsi ad altro, musica, pittura, punto croce, alcool. Io ho scelto l’alcool e devo dire che, nonostante qualche piccola rimostranza del mio stomaco, ormai rassegnato a questa nuova vita, ho trovato pace. E sonno.

Attenti al loop

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La testa che gira, le mani che tremano, il freddo, i brividi nonostante i 40 gradi di temperatura, l’illusione del baratro e la paura di cadervi.

Ho pensato a mille cose in questi giorni, alcune belle, altre meno. Sono stata sincera, per mezza volta nella vita ed ho perso un’altra persona per aver confessato i miei peccati. Fa parte del viaggio, fa parte del gioco. Eppure lui sta sempre lì, con le sue belle convinzioni e la sua voglia di uscire dalla routine. Ed io scema che continuo a guardare in quella direzione. Mi prende l’anima, me la calpesta e dopo ci gioca a calcio come se non gli importasse, e forse davvero non gli importa. Perché mentre sono qui che ricalcolo i miei progetti ed i miei sogni, i nostri sogni, lui vive bene, vive male, non esiste differenza. Lui vive altrove e non mi degna di un pensiero, neanche minimo. Non di quelli visualizzabili, almeno. Ma non è questo il punto. Il punto è che torno sempre li, in loop. Ritrovo la via per non stare male, rido, sorrido, mi agito, stesa sulla sabbia sento il cuore palpitare pensando a quel mare scuro che ho scritto, a quel desiderio di viverlo con lui, non riesco a godermi il cielo, gli amici e le parole. Sono assente, in un limbo che mi lascia senza vie di scampo, un’astrazione negativa che vorrebbe distruggere il mio entusiasmo. E quindi capita che, col fiatone, mi ritrovi a scrivere in ufficio, mentre ognuno pensa ai fatti suoi e la testa continua a girare. L’ho detto e stradetto milioni di volte, lui è stato quello giusto. D’ora in poi ci possono essere solo strane imitazioni, allucinazioni, e anche lui stesso non sarà più ciò che era. “Se tornasse, non ci torneresti insieme?!” mi chiede Gianni da dietro il suo pc. No, Gianni, no. Mi ha segata in due senza magia, ho ancora le ferite aperte e lui pensa a quando dovrò ridargli un basso che avevo già pensato di imparare a suonare per sentire meno la sua assenza. Il problema più grosso è che questi momenti mi prendono alla sprovvista. Sto rinforzando il carattere, il lessico, sto provando a fingere di essere cazzuta, ad immaginarmi con i capelli a spazzola per comunicare al mondo intorno IO NON RIDEREI AL TUO POSTO, TI SPACCO LA FACCIA. Eppure, quando mi sento più sicura e penso di poter affrontare qualsiasi cosa, mi scivola dalle mani il senso di cazzutaggine e mi faccio piegare come una canna al vento. Mi nutro di canzoni quelle belle, quelle piene di emozioni e che mi fanno viaggiare, ma finisce sempre, a notte fonda, che i miei pensieri convergano su di lui, su cosa stia facendo e su quanto mi piacerebbe leggere il suo messaggio della buonanotte. E non succede. Zero messaggi in arrivo. Tranne quelli del mio squadrone, ovvio. Loro ci sono sempre, con i loro impegni, i loro sogni hanno, comunque, sempre spazio per me. E lui, dopo tre anni, questo spazio non è riuscito a trovarlo. Per questo dovrei odiarlo e smettere di pensarci, ma purtroppo lo amo. E l’amore, nonostante le batoste, non ti abbandona facilmente. Chiaramente sto cercando di reagire, ci provo ogni giorno. Conosco persone, ci esco, faccio tardi e bevo la mia birra da stonatura (che purtroppo mi ha sviluppato un alto livello di tolleranza e mi fa male sempre meno) senza pensare a quel battito speciale che sapeva provocarmi.

Quando torno a casa, però, mi aspetto sempre di voltarmi e vederlo andare via, sorridendo e facendo il cuoricino che balla la sigla dell’ora esatta. E sono, veramente, le stronzate dolci e cretine a farmi vacillare e riconsiderare tutto, ad attribuirmi colpe e a pensare di poter ricostruire i miei castelli di sabbia, pur sapendo che la prima onda li porterà via.

Ho bisogno di ricominciare a sognare.