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La sindrome del vecchio Hank

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Spesso le parti migliori della vita erano quando non facevi assolutamente niente, stavi solo a rimuginare, a riflettere. Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico.

Pulp – Charles Bukowski

 

Ogni tanto qualcuno mi chiede: “Perché Chinaski?”. Perché, perché uno dei miei autori preferiti ha dato vita ad un personaggio di nome Henry Chinaski che a me piace molto. Non il personaggio in sé, non le storie che racconta. La sua rassegnazione, il suo disagio misto alla ricerca continua di appagamento: nelle donne, nell’alcool, nelle droghe. Ciò che lo differenzia sostanzialmente da un qualsiasi dissoluto porco schifoso, è l’atteggiamento. Hank ama le donne, ama profondamente. Spesso loro non lo capiscono e pretendono da lui responsabilità, fedeltà, senso del dovere e della famiglia, ma Hank non ne ha la capacità. Si sforza, cerca di renderle felici sposandole, ma questa felicità è pura apparenza. Hank non è felice con nessuna di loro perché nessuna riesce ad apprezzare il fatto che lui torni come un riconoscimento di rilevanza all’interno della sua vita.

Vix Chinaski suona bene, Vix è stata anche una delle donne che Hank ha incontrato in uno dei suoi racconti, la moglie di un altro poeta “maledetto” come il buon Bukowski. La sindrome di Hank mi prende raramente, ma con l’intensità adeguata; quella necessità di dissolutezza, di mancanza di autocontrollo, volgare, sporca, piena di odio. Non è cattiveria, è misantropia. Un tempo pensavo che ci fossero, nel mondo, dei “presunti puri” che elevassero il proprio intelletto al di sopra della massa e si potessero permettere il lusso di un pensiero divergente e, perché no, accattivante. Con l’avvento della Sindrome ho fatto i conti con la realtà, con chi legge, si forma e si informa e cresce, con chi stagna e spreca il proprio cervello dietro un fottìo di inutili stronzate, fatte di tempo pieno di cose vuote. Quando arrivo a questa conclusione, mi prende male. Sono stati tre giorni di delirio iniziati con una birra innocente e finiti con portentose infiammazioni allo stomaco (già provato da anni di altri attacchi, di varia natura). Giungiamo così a stasera. Vorrei passare una serata piacevole, conoscere qualcuno di non troppo idiota e che apprezzi la mia compagnia senza dovermi prendere troppo sul serio. Parto con lo svantaggio di dover bandire alcool e sostanze psicotrope a causa degli ultimi tre giorni, appunto. Ragionerò, con la testa ben piantata sulle spalle, e pretenderò da me stessa una brillantezza forse mai ottenuta. Speravo in qualcosa di meno normale, conoscendomi sarei stata più a mio agio.

Mi tocca rimettermi a lavoro su di me.

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Ritorno alle origini

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On Air: Paint the sky with stars – Enya

È un periodo pieno di sorprese, direbbe Samuele Bersani. Quelle sorprese che per anni ho cercato, ho provato a far intuire, ho reso reali al posto di chi avrebbe potuto farlo.

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Sorprese che migliorano la giornata, che splendono e fanno splendere. Sorprese che mi portano a viaggiare fino a Frosinone per regalare e regalarmi dei momenti di felicità. Sorprese che mi fanno riscoprire lati di me che ho combattuto in tutti i modi, spingendoli sul fondo lasciando emergere solo il nero pece. Armando si è rivelato essere una persona genuina, vera. Mi ha dato una testata metaforica e mi ha detto: “Riprenditi te stessa!”. Si, ma io sclero. “E non sclerare! Ridi! Smetti di preoccuparti e vivi!”.

E così mi sono buttata tra le strade di Brussels sotto la neve con il sorriso e gli stivali pieni di fango, ho bevuto pinte di birra ridendo a gran voce e biascicando in un inglese spagnoleggiante, ho abbracciato forte la mia migliore amica tra le stradine di Brugges e mi sono lasciata inebriare dall’odore della libertà forte, potente, selvatica. Ma non è bastato. Ho voluto osare. Ho preso il treno da Roma a Frosinone ed20171203_121501 ho raggiunto Armando, per dirgli tutto quello che ho scoperto di me grazie a lui. Ho smesso di guardami le spalle ed ho ricominciato a guardare in avanti, al futuro, al sole in alto lasciandomi incantare dal suo calore. Ne è venuto fuori un weekend senza fiato, pieno, ricco, perso nel buio e nella luce di parole non dette, di racconti a bassa voce, di fotografie ingiallite e nuovi ricordi da mettere nell’album. Foglie cadute sul selciato, cicatrici mostrate con orgoglio e drammi mai condivisi con qualcuno al di fuori del proprio piccolo mondo blu della cameretta. Così, quando oggi Roberto mi ha chiesto: “Allora, com’è andata a Frosinone?”, ho recuperato dal baule uno dei miei sorrisi sinceri e gli ho risposto “Benissimo!”. E quando invece Doug ha deciso di rovinarmi la serata, gli ho semplicemente detto: “Ok, vafangul.”. Ed ho continuato per la mia strada.

 

 

I’m walking on sunshine, uo oh.

The last

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Bugibba, 15 ottobre 2017, ore 01.50.

E anche questa vacanza è giunta al termine. Con l’ultima sigaretta e la mia fedele Carlsberg sono qui a fare il punto sul balcone che affaccia su una piscina di un albergo che non è il nostro. Malta, quindi. Un’altra bandierina sul mio planisfero mentale, un altro bel pacchetto di scatti portati a casa. La notte è un incubo qui. Rimani a piedi senza vie di uscita e ti viene da piangere pensando che resterai in balia di autisti pazzi che rubano autobus e ragazzini disadattati che cantano Ed Sheeran odiandolo. Un’altra vita fuori dalla tua stanza, in una stanza nuova che è una casa intera, senza tv e con le prese strane che hanno la combinazione per funzionare. Un’altra lingua che poi sono tutte le lingue mischiate insieme e chissà che cazzo si stanno dicendo tra un BONJU e un CYAO. Della serie Aggiungiamoci lettere a caso e facciamo finta che sia Maltese. Un altro posto nell’album tra le risate senza senso e i traghetti presi all’ultimo secondo. Un’altra (ennesima) conferma di avere una compagna di viaggio sempre più folle ed entusiasta a cui stringere la mano per non perdersi tra la folla. Un altro  addio senza lacrime, perché è bello partire, ma è ancora più bello tornare e riscoprire il piacere del proprio posto, di una vita che sembrava grigia prima di partire e che risplende di nuova luce a confronto con ciò che ci aspetta oltre il nostro meridiano. Altri chili da perdere, altro acido lattico da smaltire. Altre noi, sempre noi, a ridere, sorridere, guardarsi sconsolate e bestemmiare all’unisono. 
Ciao Malta. È stato bello finché è durato. Mò possiamo pure tornare a casa.