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Ritorno alle origini

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On Air: Paint the sky with stars – Enya

È un periodo pieno di sorprese, direbbe Samuele Bersani. Quelle sorprese che per anni ho cercato, ho provato a far intuire, ho reso reali al posto di chi avrebbe potuto farlo.

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Sorprese che migliorano la giornata, che splendono e fanno splendere. Sorprese che mi portano a viaggiare fino a Frosinone per regalare e regalarmi dei momenti di felicità. Sorprese che mi fanno riscoprire lati di me che ho combattuto in tutti i modi, spingendoli sul fondo lasciando emergere solo il nero pece. Armando si è rivelato essere una persona genuina, vera. Mi ha dato una testata metaforica e mi ha detto: “Riprenditi te stessa!”. Si, ma io sclero. “E non sclerare! Ridi! Smetti di preoccuparti e vivi!”.

E così mi sono buttata tra le strade di Brussels sotto la neve con il sorriso e gli stivali pieni di fango, ho bevuto pinte di birra ridendo a gran voce e biascicando in un inglese spagnoleggiante, ho abbracciato forte la mia migliore amica tra le stradine di Brugges e mi sono lasciata inebriare dall’odore della libertà forte, potente, selvatica. Ma non è bastato. Ho voluto osare. Ho preso il treno da Roma a Frosinone ed20171203_121501 ho raggiunto Armando, per dirgli tutto quello che ho scoperto di me grazie a lui. Ho smesso di guardami le spalle ed ho ricominciato a guardare in avanti, al futuro, al sole in alto lasciandomi incantare dal suo calore. Ne è venuto fuori un weekend senza fiato, pieno, ricco, perso nel buio e nella luce di parole non dette, di racconti a bassa voce, di fotografie ingiallite e nuovi ricordi da mettere nell’album. Foglie cadute sul selciato, cicatrici mostrate con orgoglio e drammi mai condivisi con qualcuno al di fuori del proprio piccolo mondo blu della cameretta. Così, quando oggi Roberto mi ha chiesto: “Allora, com’è andata a Frosinone?”, ho recuperato dal baule uno dei miei sorrisi sinceri e gli ho risposto “Benissimo!”. E quando invece Doug ha deciso di rovinarmi la serata, gli ho semplicemente detto: “Ok, vafangul.”. Ed ho continuato per la mia strada.

 

 

I’m walking on sunshine, uo oh.

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The last

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Bugibba, 15 ottobre 2017, ore 01.50.

E anche questa vacanza è giunta al termine. Con l’ultima sigaretta e la mia fedele Carlsberg sono qui a fare il punto sul balcone che affaccia su una piscina di un albergo che non è il nostro. Malta, quindi. Un’altra bandierina sul mio planisfero mentale, un altro bel pacchetto di scatti portati a casa. La notte è un incubo qui. Rimani a piedi senza vie di uscita e ti viene da piangere pensando che resterai in balia di autisti pazzi che rubano autobus e ragazzini disadattati che cantano Ed Sheeran odiandolo. Un’altra vita fuori dalla tua stanza, in una stanza nuova che è una casa intera, senza tv e con le prese strane che hanno la combinazione per funzionare. Un’altra lingua che poi sono tutte le lingue mischiate insieme e chissà che cazzo si stanno dicendo tra un BONJU e un CYAO. Della serie Aggiungiamoci lettere a caso e facciamo finta che sia Maltese. Un altro posto nell’album tra le risate senza senso e i traghetti presi all’ultimo secondo. Un’altra (ennesima) conferma di avere una compagna di viaggio sempre più folle ed entusiasta a cui stringere la mano per non perdersi tra la folla. Un altro  addio senza lacrime, perché è bello partire, ma è ancora più bello tornare e riscoprire il piacere del proprio posto, di una vita che sembrava grigia prima di partire e che risplende di nuova luce a confronto con ciò che ci aspetta oltre il nostro meridiano. Altri chili da perdere, altro acido lattico da smaltire. Altre noi, sempre noi, a ridere, sorridere, guardarsi sconsolate e bestemmiare all’unisono. 
Ciao Malta. È stato bello finché è durato. Mò possiamo pure tornare a casa.

“Che cos’è la vita senza una dose di qualcosa, una dipendenza?”

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Cantare i Baustelle a squarciagola con quattro amici. Un’esperienza mai fatta, un condividere il lato oscuro con qualcuno che ne ha cognizione, esperienza e trarne beneficio, appagamento. Sulle note di Charlie Fa Surf abbiamo sfogato tutto, urlato QUANTA ROBA SI FA. E ce la siamo fatta anche noi, ieri, una roba di quelle potenti, di quelle che fa sudare, tremare, ridere a crepapelle, tossire, avere il fiatone, perdere l’orientamento, sbagliare le parole, inventare improbabili traduzioni ad improbabili canzoni anni 80. È una roba che non si trova spesso in circolazione, difficile da reperire, gli effetti variano da soggetto a soggetto e spesso potrebbe rivelarsi un placebo. È una predisposizione a prendere il meglio, è un’apertura al mondo, è

Fottere tutto e naufragare

Mettere gli stivali e farli andare

Correre per non arrivare

Amare il rogo, amare il suo bruciare.

Felicità allo stato puro, bruta, primitiva, vulcanica. Magnifico. Il meglio del meglio; meglio della droga, dell’eroina, meglio delle canne, coca, crack, fix, joint, shit, shoots, sniff, pet, marijuana, cannabis, peyote, colla, acido, LSD, ecstasy, meglio del sesso, meglio del pompino, il 69, le orge, masturbazione, tantrismo, kamasutra, massaggio thailandese, meglio della cioccolata, il Mont Blanc, la banana split, meglio di tutte le trilogie di George Lucas, delle puntate del Muppet Show, meglio dell’ancheggiare di Emma Peel, Marilyn, la puffetta, Lara Croft, Naomi Campbell, i nei di Cindy Crawford, meglio della facciata B di Abbey Road, gli assolo di Hendrix, meglio dei passetti di Armstrong sulla luna, le montagne russe, i festoni natalizi, la fortuna di Bill Gates, le trance del Dalai Lama, la resurrezione di Lazzaro, tutte le pere di testosterone di Schwartz, il collagene nelle labbra di Pamela Anderson, meglio di Woodstock e dei rave party più trasgressivi, meglio dei trip di Sade, Rimbaud, Morrison e Castaneda, meglio della libertà… meglio della vita! 

Sono stata bene. È stata una dose bella potente di ricostituente per l’anima. Il trucco, ora, è non risentire troppo dell’astinenza.