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Attenti al loop

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La testa che gira, le mani che tremano, il freddo, i brividi nonostante i 40 gradi di temperatura, l’illusione del baratro e la paura di cadervi.

Ho pensato a mille cose in questi giorni, alcune belle, altre meno. Sono stata sincera, per mezza volta nella vita ed ho perso un’altra persona per aver confessato i miei peccati. Fa parte del viaggio, fa parte del gioco. Eppure lui sta sempre lì, con le sue belle convinzioni e la sua voglia di uscire dalla routine. Ed io scema che continuo a guardare in quella direzione. Mi prende l’anima, me la calpesta e dopo ci gioca a calcio come se non gli importasse, e forse davvero non gli importa. Perché mentre sono qui che ricalcolo i miei progetti ed i miei sogni, i nostri sogni, lui vive bene, vive male, non esiste differenza. Lui vive altrove e non mi degna di un pensiero, neanche minimo. Non di quelli visualizzabili, almeno. Ma non è questo il punto. Il punto è che torno sempre li, in loop. Ritrovo la via per non stare male, rido, sorrido, mi agito, stesa sulla sabbia sento il cuore palpitare pensando a quel mare scuro che ho scritto, a quel desiderio di viverlo con lui, non riesco a godermi il cielo, gli amici e le parole. Sono assente, in un limbo che mi lascia senza vie di scampo, un’astrazione negativa che vorrebbe distruggere il mio entusiasmo. E quindi capita che, col fiatone, mi ritrovi a scrivere in ufficio, mentre ognuno pensa ai fatti suoi e la testa continua a girare. L’ho detto e stradetto milioni di volte, lui è stato quello giusto. D’ora in poi ci possono essere solo strane imitazioni, allucinazioni, e anche lui stesso non sarà più ciò che era. “Se tornasse, non ci torneresti insieme?!” mi chiede Gianni da dietro il suo pc. No, Gianni, no. Mi ha segata in due senza magia, ho ancora le ferite aperte e lui pensa a quando dovrò ridargli un basso che avevo già pensato di imparare a suonare per sentire meno la sua assenza. Il problema più grosso è che questi momenti mi prendono alla sprovvista. Sto rinforzando il carattere, il lessico, sto provando a fingere di essere cazzuta, ad immaginarmi con i capelli a spazzola per comunicare al mondo intorno IO NON RIDEREI AL TUO POSTO, TI SPACCO LA FACCIA. Eppure, quando mi sento più sicura e penso di poter affrontare qualsiasi cosa, mi scivola dalle mani il senso di cazzutaggine e mi faccio piegare come una canna al vento. Mi nutro di canzoni quelle belle, quelle piene di emozioni e che mi fanno viaggiare, ma finisce sempre, a notte fonda, che i miei pensieri convergano su di lui, su cosa stia facendo e su quanto mi piacerebbe leggere il suo messaggio della buonanotte. E non succede. Zero messaggi in arrivo. Tranne quelli del mio squadrone, ovvio. Loro ci sono sempre, con i loro impegni, i loro sogni hanno, comunque, sempre spazio per me. E lui, dopo tre anni, questo spazio non è riuscito a trovarlo. Per questo dovrei odiarlo e smettere di pensarci, ma purtroppo lo amo. E l’amore, nonostante le batoste, non ti abbandona facilmente. Chiaramente sto cercando di reagire, ci provo ogni giorno. Conosco persone, ci esco, faccio tardi e bevo la mia birra da stonatura (che purtroppo mi ha sviluppato un alto livello di tolleranza e mi fa male sempre meno) senza pensare a quel battito speciale che sapeva provocarmi.

Quando torno a casa, però, mi aspetto sempre di voltarmi e vederlo andare via, sorridendo e facendo il cuoricino che balla la sigla dell’ora esatta. E sono, veramente, le stronzate dolci e cretine a farmi vacillare e riconsiderare tutto, ad attribuirmi colpe e a pensare di poter ricostruire i miei castelli di sabbia, pur sapendo che la prima onda li porterà via.

Ho bisogno di ricominciare a sognare.

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Parmigiana #25

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Ogni volta in cui ti penso mangio chili di parmigiana. Quella che mi nascondevi tu, l’ho trovata.

Finito tutto così, come è cominciato. Conserverò il tuo ricordo, il tuo profumo, le nottate passate al telefono e quelle passate insieme, i giorni di pioggia e quelli di sole e resterai qui.

Perché per me eri l’unico, il solo, l’ultimo. Ed io per te non lo ero. O perlomeno non lo ero fino in fondo, perché siamo diversi, perché il mio carattere ti impedisce di trovare la tua strada, perché non sei tu sono io e ti lascio perché ti amo troppo. Perché hai parlato troppo e sono sicura che non ci hai pensato fino in fondo, ma me ne farò una ragione. Intanto metto la parmigiana in forno e mi guardo “50 volte il primo bacio” sul nove, perché mi fa pensare a te.

 

Ciao, amore mio.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine

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Come recita la poesia di Martha Medeiros,

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno
gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso ,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli
sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità

Insomma, ci si deve dare una mossa, che tutto sommato non abbiamo poi tanto tempo, a pensarci bene. Francesca questo “Lentamente muore” se l’è tatuato sul braccio, per non dimenticarsi di vivere per davvero. Vorrei essere in grado di capire l’importanza di tutto questo, ma perdo troppo tempo a stare dietro alle stronzate delle fotocopie, delle mail, delle associazioni, delle presentazioni e succede che perdo di vista le cose importanti. Che poi non sono “Cose”. Le cose importanti sono le persone. Le persone importanti non sono solo persone importanti, sono rapporti, sono parole, sono “Come stai?” e “Ti voglio bene” lasciati indietro, appesi ad un attaccapanni in attesa che arrivi il momento di farli uscire a prendere un po’ d’aria. Io poi, ardente pazienza non ne ho mai avuta. Manco tiepidina, ad essere proprio sinceri. La pazienza ed io diciamo che non ci siamo mai incontrate, ecco, è più corretto così. Ho sempre cercato di non dover attendere, smaniare, risolvere tutto appena possibile, in tempi rapidi. E le persone, i rapporti, hanno bisogno di tempo per decantare quando sono tesi, ma anche di tempo da dedicare, quando il tempo non c’è. E quindi mi trovo in macchina, di ritorno da Monopoli, a riflettere, ad avere voglia di sentire quelle voci che ho lasciato indietro e ogni tanto stacco qualcuno dall’attaccapanni giusto per dirgli quel “Come stai?”. Ma non può durare. Una pianta, se non la annaffi, secca. Anche se la annaffi troppo muore. Insomma, bisogna trovare un equilibrio che io non riesco ad avere con me stessa, figuriamoci con le piante o con le persone. Quindi, amici miei (si che siete pochi), perdonatemi. Non ho smesso di volervi bene, ho solo poco tempo per dimostrarvelo.

Il tempo che mi resta per riflettere, prima di piombare a mattone sul letto, vorrei dedicarlo a degli scazzi che, come sempre, accompagnano la mia quotidianità.

  • Alla formazione del Servizio Civile ci insegnano come DIFENDERE LA PATRIA dalla fessa delle mamme loro, che di necessità di essere difesa sicuramente ne ha di più. Nella stessa occasione si inneggia al populismo, al razzismo e all’intolleranza, quindi Benvenuti Fasci e Addio Solidarietà. Domani ci sarà un altro di questi incontri di DeFormazione e mi sa tanto che porterò con me il libro che mi ha regalato Francesca (Animali, fiori e insulti) per mantenere la calma e non alzare fortissimo il pugno in faccia a qualcuno che se lo meriterebbe. Non ho ancora trovato il petrolio, quindi la mia macchina continua ad aver bisogno di essere abbeverata per farmi i lunghi tragitti che sono costretta a fare per questi incontri di pseudoformazione che si concludono, solitamente, a tarallucci e vino.
  • Sono ancora vicepresidente della mia associazione, ma questo non ha ancora portato una vera rivoluzione sul piano organizzativo. Continuiamo a fare le cose all’ultimo momento e continuo ad esaurirmi per cavare fuori dal cilindro del tempo che non ho.
  • Il mio fidanzato non partirà per il momento, ma inizierà a lavorare a breve (fine maggio, massimo metà giugno) e con grande probabilità questa sarà l’estate in cui ci vedremo meno in tutta la vita, perché tra i miei orari e i suoi sarà veramente un’impresa.
  • Faccio dei sogni del cazzo che mi ricordano quanto sono problematica e paranoica e mi sveglio già incazzata a prima mattina.
  • Non so come cacchio vestirmi perché le temperature oscillano dalla Savana alla Taiga in mezza giornata.
  • Ho già finito lo stipendio di questo mese, prima ancora di averlo preso.
  • Mangio male e mi sento in colpa con me stessa.
  • Sentivo il bisogno di scrivere, ma ora mi rendo conto che lo sto facendo solo perché non ho sonno. Maledetta ora legale.

Spero che la prossima volta che mi siederò al pc potrò dire qualcosa di meno pesante.