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Riflessi – Rinunciare a se stessi per se stessi

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Mi reputo una persona poco tollerante e per niente diplomatica. Mi hanno detto che non è così. Mi hanno detto che sono troppo buona, che giustifico le persone fino all’eccesso, fino a che la lancia non trafigge la pelle, affonda in profondità ed esce dal lato opposto. Attraverso queste considerazioni mi sto conoscendo meglio, mi piaccio anche un po’ di più. Vuol dire che so essere umana, che so emozionarmi, che so soffrire, ancora. Ed è proprio questo che destabilizza al punto da chiedermi: “Cosa sto cercando precisamente?”. E mentre mi chiedo questa cosa, l’insospettabile commento sotto il video di Matteo si trasforma in una follia di un weekend.

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Armando, 26 anni, fan di Cane Secco, partito da Frosinone al grido di: “STO IN FISSA!”.

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Una follia totale. 800 Km su e giù per l’Italia sulle tracce di Cane Secco al ritmo di Caparezza. Il concerto più esplosivo dei sette che abbia visto finora. Michele sempre più soddisfatto del suo lavoro, sorride e si diverte e fa divertire noi che urliamo le sue canzoni. Mi guardo nella foto che mi scatta Armando mentre, a mia volta, scatto 346 foto a quello spettacolo irripetibile e percepisco l’amore che provo verso la mia bimba ed i suoi accessori in quell’azione così semplice quanto efficace: CLICK. Mi riprendo la mia passione, quella da Paparazza che non andava bene al mio ex, perché “Che ci vai a fare al concerto se fai solo fotografie?”. Ci vado proprio per quello, perché per me scattare foto cantando con Caparezza è la dimensione ideale di beatitudine. E anche se non sono stata di compagnia (mi dispiace per Armando) ho visto un concerto irripetibile con i battiti accelerati dall’inizio alla fine. E poi gli amici, quelli veri, che ti aspettano fuori per abbracciarti e dirti che anche per loro quel concerto è la svolta, per chi parte a Ginevra, per chi si trasferisce ad Amsterdam, per chi, semplicemente, torna a casa ed affronta più felice una nuova settimana. Così torno a casa anch’io, parlando ad Armando di Daniele, senza lacrime per una volta. Gli racconto come sono stata, lo dico ad alta voce e non l’ho mai fatto, perché Capa ha anche questa dote, quella di leggermi dentro e darmi la forza di affrontare demoni che pensavo sopiti. Così, in modo naturale, riesco a raccontare che la mia coerenza mi impedisce di essere spirituale, che vorrei essere in grado di pensare che lui sia ancora qui da qualche parte, ma che non è così perché non credo ai fantasmi, agli angeli né in Dio. Parlavo con lui, ma parlavo con me, mentre capivo che non sono più quella che cinicamente si volta dall’altra parte e prosegue ricordando, ma sta più attenta per evitare nuove sofferenze. Quindi rifletto sui miei riflessi e sulle mie riflessioni, su ciò che mostro agli altri consapevolmente e su ciò che gli altri vedono e che io non vedo allo specchio. Rinuncio a cercare delle spiegazioni sotto maree di stronzate, di bugie, di cattiveria forse, di disinteresse e mancanza di tatto per ricostruire un po’ della mia sensibilità, una sensibilità che ho combattuto per giorni, mesi, anni e che ritorna prepotente al buio di un chiostro sotto un tetto di stelle. Piango e mi ricordo chi ero, ripercorro i passi di quella bambina che parte a scoprire il mondo e torna donna, con vizi e cinismo, nuova musica e disincanto. Mi riprendo un po’ di me, di genuina timidezza, di tristezza che fa riflettere e pesare le parole per non ferire.

Era il concerto del mio cantante preferito. Avrei voluto che fosse semplicemente bello, con una persona speciale accanto. Invece è stato molto di più. È stata un’esperienza condivisa con qualcuno che non mi conosceva affatto che mi ha permesso di riconoscere me stessa sotto una matassa di brutte storie. Ed è stato un capolavoro.

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Taranto Steampunk

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Un giorno nel fumo dei forni accesi a tremila gradi, nell’umidità dei due mari, nel caldo e nel freddo di una casa abbandonata che ancora conserva il ricordo della vita in essa trascorsa. È questo che ho visto scorrendo i paesaggi dal finestrino del treno, un mostro incantevole e ferito. Taranto vive e muore di Ilva.

Questa visione mi ha fatto vedere il lato più nascosto, quello poetico e decadente della belva ferita, attaccata per sopravvivenza, ma pur sempre morente. In questo lato nascosto ho cercato la bellezza degli scorci notturni, dei dettagli, dei suoi occhi pieni di vita. Gli abbracci, le parole sussurrate, le risate a notte fonda che rimbalzavano sulle pareti. Fuggire serve a guardare il quadro da un’altra prospettiva. O semplicemente a guardarlo assieme ad altri occhi.

The answer lies within

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Domande e risposte che si sprecano. Risposte date a caso, un po’ per ridere, un po’ per non pensare. Le domande non finiscono mai. Anche nel migliore dei momenti, quando inizia una settimana con il sole in faccia, con la voglia di spaccare il mondo, si giunge a fermarsi un attimo, mentre la testa continua a girare, e a guardarsi intorno. Il mondo non ti aspetta, va, insiste nelle sue ragioni e non te ne spiega neanche una. Ci devi stare, se non vuoi sopperire alla mancanza. Mancanza di cosa? Non l’ho ben capito, è una condizione che mi porto dietro da troppo tempo e che tuttora non ha una spiegazione. E non serve circondarsi di nuovi stimoli, si torna sempre al punto di partenza. Cosa vuoi farne della tua vita? Dove pensi di stare andando? E soprattutto con quali premesse e promesse? Sono stanca di evitare le risposte, sono stanca di non averne. Dovrei rimettermi a leggere, a studiare, ad approfondire. So solo ciò che ho fatto finora, vivo delle mie esperienze passate e di ciò che mi è stato tramandato, auspico alla sperimentazione nelle relazioni sociali perché mi facciano scoprire qualcosa di più, qualcosa che mi dia modo di riconsiderare i miei errori e di risalire la china. Sento la musica perché mi fa ancora Sentire qualcosa. Le cuffie, le casse, vibrazioni positive o semplicemente vibrazioni sincere, che non hanno bisogno di scuse, di spiegazioni, di chiacchiere vacanti. Ho lasciato da parte questa dimensione per un po’ di tempo ed adesso è rientrata prepotentemente nelle mie necessità. Parlo di necessità perché è l’unica vera compagna di vita. Oltre il blog, la scrittura, tutti voi invisibili lettori delle mie paranoie. Passo talmente tanto tempo a dedicarmi a tutto che ho tralasciato il mio niente. Perché scrivere sul blog non è niente, non sei una scrittrice se scrivi su un blog. Non sei una cantante se registri i brani e li metti su youtube. Non sei una segretaria se non hai esperienza. Non voglio parlare di questo, voglio essere libera di dire che mi sento frustrata. Non mi si riconosce ciò che faccio e quando succede c’è sempre una fregatura. E non venitemi a dire: “È la vita, va così”. Va nammerda, fatevelo dire. Ci avete rotto il cazzo con questa saggezza spicciola. Non ne voglio sapere. Voglio ritornare alla mia campana di vetro con la mia colonna sonora, senza giudizi, pregiudizi e rotture di palle. E una bottiglia di Carlsberg, se possibile.