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Ma cosa avreste da rompere ancora?

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Mi sono accorta della quantità inestimabile di gatte morte alle serate caraibiche. Si, ok, non è una regola. Conosco tante ragazze a cui piace andare a ballare con una sana morale ed un aspetto fisico invidiabile. Tuttavia, mi trovo su un livello di intolleranza abbastanza elevato rispetto al solito. Sono il dottor House del pc, ho una mano fasciata e continuo a fare come se niente fosse, perché ho voglia di scrivere. Fuori dalla finestra Trump bombarda la Turchia e noi ci preoccupiamo che Facebook utilizzi i nostri dati per indurci a spendere e spandere secondo i nostri gusti. Bad news: quei dati che Facebook utilizza glieli hai dati tu, mio caro utilizzatore di social network. E non si tratta di complottismo, conosco persone alle quali non funziona momentaneamente Messenger che decidono di sputtanare ai quattro venti il proprio numero di cellulare per non essere ISOLATI dal mondo. Internet sa che musica ascoltiamo, anzi, a volte la sceglie per noi e ci piacciono le sue scelte, perché ci conosce più di nostra madre. Internet sa che film ci piacciono, dove andiamo a pranzo e cena, cosa ci stuzzica l’appetito e cosa ci disgusta. Maps può addirittura dire quanto tempo sei stato all’interno di un negozio. Sai come? Hai il cellulare addosso e il gps acceso. E noi ci preoccupiamo che Zuckerberg venda i nostri dati. Se siamo pronti a sputtanare noi stessi i nostri dati è ok. Sennò ci brucia il culo. Allora apriamo le tende e vediamo che gli americani attaccano la Turchia appoggiati dalla Francia e dal Regno Unito. Prendiamo la bandiera della pace, ci facciamo i dreadlocks e manifestiamo contro la guerra. Oppure, meglio ancora, mettiamo su Fb una bella immagine antiTrump o un hashtag #notinmyname. Così, visto che ci spiano, leggono come la pensiamo e non ci bombardano, nemmeno per errore. Ma lungi da me parlare di politica estera, non sono ferrata sull’argomento. Sono le considerazioni dell’uomo della strada che ripropongo. Allora dedichiamoci al Bel Paese, la nostra cara nazione senza governanti. In realtà dei governanti ci sarebbero pure, li abbiamo eletti. Chi abbiamo eletto? Un fascista antieuropeo populista e con manie di protagonismo, un bamboccio inutile che non azzecca i congiuntivi manco a pagarlo (e lo pagheremo, e pagheremo anche i suoi figli e i figli dei suoi figli, rinuncia al vitalizio o no) e Berlusconi. Ah, quanto ci è mancato Berlusconi. Mentre tutti oggi erano indignati per l’attacco alla Turchia, ha avuto anche il tempo di dire la sua: “In queste situazioni è meglio non pensare non dire nulla”. Se non hai le risposte, taci, ha ragione. Ma non in questo caso. Non quando si sta parlando di un bombardamento da parte degli Usa. In quel caso, cristoddio, devi dirla qualcosa. Tipo lo sveglione, Salvini. Si, rimandiamoli a casa loro e mettiamoci una bella felpa con scritto NO ALLE BOMBE. Così loro stanno a casa loro e noi dormiamo sereni. Ma bastasse solo questo a farmi dormire serena… ci sono delle cose che continuano a tenermi sveglia, cose private, cose personali, cose di cose, cose di persone. Il fatto di dover avere il telefono sempre acceso induce la mia insonnia a peggiorare. Il telefono acceso è una tentazione, The Sims mobile è sempre in agguato e finisco a perderci il sonno e la pazienza. Poi ci sono le cattive compagnie, quelle che ti toccano i nervi quando le vedi da lontano. Come uno che non ti ha mai visto e si permette di giudicare il tuo lavoro e passi l’intera settimana a pensare a mille modi creativi di dirgli che è una testa di cazzo pur sapendo che non lo incontrerai forse mai più (o almeno non nel prossimo futuro). Poi ci sono i dolori di cristo, quelli che mi passano e mi tornano e mi tengono sveglia e inutilmente preoccupata perché è l’ansia, calmati e passa tutto. Certo, e quando nemmeno la camomilla mi fa più effetto che faccio? Mi chiavo di capa nel muro*? No, sennò oltre che all’insonnia dovrò badare anche al mal di testa. Quindi mi dedico al mio lavoro anche nel tempo libero e riprendo a cercare contatti per il libro. E qui arriva l’ennesimo tentativo di far esplodere la mia frustrazione in ira funesta: “Mi interessa il tuo libro, dove posso trovarlo?”. Guarda, lo trovi su Ibs (dovrebbero avere ancora qualche copia) o posso spedirtelo io, costa 10 euro. “Ah, ho capito. Ma non è che avresti il pdf?”. E si, e tu non è che hai lasciato il cervello buono nell’armadio? Caro amico, i libri si pagano perché c’è del lavoro dietro. Forse tu nella tua vita inutile hai sempre avuto tutto gratis perché sei bello? Se è così, bravo. Sono felice che esista qualcuno che apprezzi il tuo fascino estetico (cosa che io non sono in grado di fare). E non credo al fatto che la tua voglia di cultura sia impedita dall’impossibilità economica, visto quanto tendi a frusciarti sui social su quante donne hai e quanti soldi possiedi. Quindi sei un pezzente ad un livello che supera anche i molteplici strati di tatuaggi che avrai pagato un sacco di denari che, diversamente da te, io non ho (mi riferisco alla pecunia, non ai tatuaggi). Ma siamo ad un livello in cui anche le pulci hanno la tosse, in cui bisogna dare delle spiegazioni razionali anche a chi non ragiona, in cui bisogna essere diplomatici e non mandare a fanculo l’ennesimo rompipalle che ti schernisce senza neanche sapere il significato di schernire. E cosa puoi fare in quel caso? Niente, assolutamente niente. Abbozzi, senti la fitta al fianco, respiri e vai oltre. Arriviamo così ai malesseri per cui, meno che per gli altri, io possa effettivamente farci qualcosa: una coppia di amici si è separata. La cosa ha lasciato tutti senza fiato, essendo stata una cosa improvvisa e apparentemente immotivata. Ognuno sta male e si preoccupa a modo suo, ma in certe situazioni non sai mai cosa dire e se ciò che dici possa risultare offensivo per qualcuno. Spero che entrambi siano felici anche adesso che non stanno più insieme, che le ferite guariscano con il tempo.

E con tanto alcool, per disinfettare.

 

*espressione idiomatica partenopea che si traduce con “Prendo il muro a testate”
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Riflessi – Rinunciare a se stessi per se stessi

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Mi reputo una persona poco tollerante e per niente diplomatica. Mi hanno detto che non è così. Mi hanno detto che sono troppo buona, che giustifico le persone fino all’eccesso, fino a che la lancia non trafigge la pelle, affonda in profondità ed esce dal lato opposto. Attraverso queste considerazioni mi sto conoscendo meglio, mi piaccio anche un po’ di più. Vuol dire che so essere umana, che so emozionarmi, che so soffrire, ancora. Ed è proprio questo che destabilizza al punto da chiedermi: “Cosa sto cercando precisamente?”. E mentre mi chiedo questa cosa, l’insospettabile commento sotto il video di Matteo si trasforma in una follia di un weekend.

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Armando, 26 anni, fan di Cane Secco, partito da Frosinone al grido di: “STO IN FISSA!”.

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Una follia totale. 800 Km su e giù per l’Italia sulle tracce di Cane Secco al ritmo di Caparezza. Il concerto più esplosivo dei sette che abbia visto finora. Michele sempre più soddisfatto del suo lavoro, sorride e si diverte e fa divertire noi che urliamo le sue canzoni. Mi guardo nella foto che mi scatta Armando mentre, a mia volta, scatto 346 foto a quello spettacolo irripetibile e percepisco l’amore che provo verso la mia bimba ed i suoi accessori in quell’azione così semplice quanto efficace: CLICK. Mi riprendo la mia passione, quella da Paparazza che non andava bene al mio ex, perché “Che ci vai a fare al concerto se fai solo fotografie?”. Ci vado proprio per quello, perché per me scattare foto cantando con Caparezza è la dimensione ideale di beatitudine. E anche se non sono stata di compagnia (mi dispiace per Armando) ho visto un concerto irripetibile con i battiti accelerati dall’inizio alla fine. E poi gli amici, quelli veri, che ti aspettano fuori per abbracciarti e dirti che anche per loro quel concerto è la svolta, per chi parte a Ginevra, per chi si trasferisce ad Amsterdam, per chi, semplicemente, torna a casa ed affronta più felice una nuova settimana. Così torno a casa anch’io, parlando ad Armando di Daniele, senza lacrime per una volta. Gli racconto come sono stata, lo dico ad alta voce e non l’ho mai fatto, perché Capa ha anche questa dote, quella di leggermi dentro e darmi la forza di affrontare demoni che pensavo sopiti. Così, in modo naturale, riesco a raccontare che la mia coerenza mi impedisce di essere spirituale, che vorrei essere in grado di pensare che lui sia ancora qui da qualche parte, ma che non è così perché non credo ai fantasmi, agli angeli né in Dio. Parlavo con lui, ma parlavo con me, mentre capivo che non sono più quella che cinicamente si volta dall’altra parte e prosegue ricordando, ma sta più attenta per evitare nuove sofferenze. Quindi rifletto sui miei riflessi e sulle mie riflessioni, su ciò che mostro agli altri consapevolmente e su ciò che gli altri vedono e che io non vedo allo specchio. Rinuncio a cercare delle spiegazioni sotto maree di stronzate, di bugie, di cattiveria forse, di disinteresse e mancanza di tatto per ricostruire un po’ della mia sensibilità, una sensibilità che ho combattuto per giorni, mesi, anni e che ritorna prepotente al buio di un chiostro sotto un tetto di stelle. Piango e mi ricordo chi ero, ripercorro i passi di quella bambina che parte a scoprire il mondo e torna donna, con vizi e cinismo, nuova musica e disincanto. Mi riprendo un po’ di me, di genuina timidezza, di tristezza che fa riflettere e pesare le parole per non ferire.

Era il concerto del mio cantante preferito. Avrei voluto che fosse semplicemente bello, con una persona speciale accanto. Invece è stato molto di più. È stata un’esperienza condivisa con qualcuno che non mi conosceva affatto che mi ha permesso di riconoscere me stessa sotto una matassa di brutte storie. Ed è stato un capolavoro.

Taranto Steampunk

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Un giorno nel fumo dei forni accesi a tremila gradi, nell’umidità dei due mari, nel caldo e nel freddo di una casa abbandonata che ancora conserva il ricordo della vita in essa trascorsa. È questo che ho visto scorrendo i paesaggi dal finestrino del treno, un mostro incantevole e ferito. Taranto vive e muore di Ilva.

Questa visione mi ha fatto vedere il lato più nascosto, quello poetico e decadente della belva ferita, attaccata per sopravvivenza, ma pur sempre morente. In questo lato nascosto ho cercato la bellezza degli scorci notturni, dei dettagli, dei suoi occhi pieni di vita. Gli abbracci, le parole sussurrate, le risate a notte fonda che rimbalzavano sulle pareti. Fuggire serve a guardare il quadro da un’altra prospettiva. O semplicemente a guardarlo assieme ad altri occhi.