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Week End

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Ci si mastica poco a poco
si fa così
è tutto apparecchiato
per il cuore e per il palato
sarà bello bellissimo travolgente
lasciarsi vivere totalmente
dolce dolcissimo e sconveniente
coi bei peccati succede sempre
ci vuole fortuna perché funzioni
i brividi alla schiena
e gli ingredienti buoni
è quasi fatta
zucchero a velo
la gola soddisfatta
e nella stanza il cielo

Rossetto e cioccolato – Ornella Vanoni

Una settimana che sembrava non finisse mai. Un fine settimana chiusa in casa. Per volere e forse un po’ per piacere. Almeno così era in principio. Poi è diventata una prigione dalla quale non poter uscire neanche per respirare un po’ di umidità e tabacco. Lo so che sto spesso a immaginarmi e descrivermi come una che ne ha passate tante, che ormai non si sorprende più, che ha tante cicatrici e tante ferite ancora da rimarginare, ma in questo particolare momento mi sento in una fase di stallo. Non so bene che direzione prendere, sto seguendo un percorso, ma non vedo una meta né delle chiare indicazioni. È grave? No, non lo è. L’agenda spesso rimane a casa. Il cellulare mai, quello è ormai una mutazione del mio braccio ed è tutt’uno con la mano destra (anche ora che scrivo sento il dolore del tunnel carpale che mi ricorda di darmi una calmata; non riesco manco più a farmi le fasciature). Vorrei riuscire a rilassarmi, credetemi. Che poi non sono nemmeno stressata, il lavoro va bene, le relazioni con gli altri anche. Sono arrabbiata, questo si. Faccio le cose con nervosismo, mi sembra di non riuscire mai a portare a compimento le cose nel modo in cui andrebbe fatto. Come se finissi ad arronzare. Mi piacerebbe godermi i momenti di riposo, i momenti a casa con la musica e il desiderato Doctor Sound finalmente nello scaffale. Mi piacerebbe leggere con piacere, ritrovare un po’ di pace interiore che mi faccia chiudere il resto fuori dalla porta della mia camera. Il fatto è che ho troppi malcontenti che sto premendo in fondo per evitare di fare un casino. L’ho gestita bene fino ad ora, sbagliare adesso sarebbe da sprovveduti, ed io non voglio esserlo né sembrarlo. Ho avuto le mie vittorie, piccole. A partire dal giorno di Natale dello scorso anno si sono fatte avanti persone che mai avrei immaginato, altre sono “evaporate” senza lasciare traccia (qualcuno causandomi un po’ di malinconia, più per le motivazioni che ha accampato che per una reale sensazione di assenza o mancanza). Clamorose alcune resurrezioni, di chi NON CI PARLO, TU NON ESISTI e poi mi chiede come va la vita come se fossimo grandi amici da chissà quanto. Fa parte del gioco, ci sta. Vorrei ritornare a cantare, avere la voglia di montare l’impianto e gridare come ho sempre fatto. Sto, tuttavia, apprezzando l’importanza e il valore del silenzio. Cristina, nelle sue sedute, lo utilizza come metodo di psicoanalisi. I silenzi dicono più di ciò che vorremmo riuscire a dire usando più un milione di parole. Sto imparando a gestire le parole importanti. Ho imparato un po’ di umiltà, scusandomi di un mio errore con uno sconosciuto. Vorrei una dipendenza, una di quelle belle, che ti portano in alto e in basso, che ti fanno bene e male insieme. Vorrei tornare sulle montagne russe, provare qualche brivido, qualche forte dolore o emozione. Sta diventando tutto un po’ grigio, che poi il grigio non è male, è un bel colore, elegante. Il grigio, però, annoia. A lungo andare smetti di vederne l’eleganza e percepisci solo la monotonia.

Andiamo a correre al buio sotto la pioggia, dimentichiamoci che ore sono, viviamo, fradici e sorridenti, delle notti che valgano la pena di essere vissute e raccontate. Cerchiamo i colori dove non ci sono. Per ritornare a divertirci sul serio.

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Leggi, prima di scrivere

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Errori di interpretazione. Se leggi male, scrivi cose sbagliate. Non solo per la distrazione e i refusi. Spesso non capisci il messaggio, interpreti a modo tuo e cambia tutto. Ogni singolo vocabolo assume un significato diverso. E le cose sfuggono di mano, cadono, si rompono irreparabilmente. Quindi, prima di scrivere, leggi. Bene.

Downsizing

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Ridimensionamento, in italiano. Un’organizzazione si rende conto di spendere più di quanto guadagna o di perdere troppe energie e risorse e si ridimensiona scendendo di livello. In pratica fa un passo indietro. A livello formale è una passeggiata, a livello affettivo una batosta. Ormai si pensava in grande, ad esportare, a viaggiare per il mondo, ad investire tempo e denaro, ci si aspettavano guadagni ingenti. Qualcosa, però, è andato storto. Ci si è fatti male i conti. Ed ora c’è da ricalcolare tutto con dei traguardi meno ambiziosi, ma facilmente raggiungibili. Il problema è che continuo a pensare che come multinazionale funzionerebbe alla grande. E che mi manca sognare insieme una gran bella organizzazione.