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Acrostici ed altre complicanze

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Ho deciso di partecipare ad un Poetry Slam. Se non sapete di cosa sto parlando, cercatelo su Google. Per farlo devo rimettermi a scrivere poesie. Rimettermi, esatto, perché le scrivevo io, le poesie. Ero pure brava a trovare gli incastri, le rime, i ritmi e le assonanze. Lo sono ancora, ma mi mancano i temi. Non so da dove iniziare. Non ho quel tipo di malessere ispirato che mi può far venire fuori qualcosa di buono. Non ho neanche uno straccio di musa ispiratrice. Oddio, in realtà qualcosa di simile c’è, Xela, un unicorno paciocchino che mi scrive dal nord barese, ma non scatena nulla che somigli vagamente ad una poesia. Soprattutto non è Marlen.

Marlen sapeva cosa servisse per farmi partire. La sua fumosità, il suo fascino celato nel fumo di una sigaretta mai accesa, le note di “Panico!” ad accompagnare i suoi sguardi. Vedete? Basta qualche ricordo. Vorrei sapere dov’è, anche guardare da lontano la luce che avrà trovato, fuori da quella camera buia che mi faceva viaggiare. Che poi era così dannatamente vicina, ad un soffio. Non so cosa mi abbia impedito di toccarla, di soffiarle sul collo senza appannare un vetro messo lì a dividerci. Avevo paura, questo si. Paura che fosse vera, che fosse reale, che potesse vedere il suo riflesso nei miei occhi bramanti di sogni, fantasie, paesaggi e mille altre vite, quelle vite irraggiungibili a 300 all’ora che non abbiamo mai preso al volo. E quindi resta così, un ricordo sbiadito, un verso di una canzone che mi fa rabbrividire ogni volta che la ascolto, un angolo buio che rimane abitato dalla sua essenza, un vuoto dove alberga un mondo pieno di oscuri demoni e galassie di impulsi ed istinti disadattati.

Chissà dove sei, Marlen. Chissà chi ti canta, ora.

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Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine

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Come recita la poesia di Martha Medeiros,

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno
gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso ,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l’incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli
sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità

Insomma, ci si deve dare una mossa, che tutto sommato non abbiamo poi tanto tempo, a pensarci bene. Francesca questo “Lentamente muore” se l’è tatuato sul braccio, per non dimenticarsi di vivere per davvero. Vorrei essere in grado di capire l’importanza di tutto questo, ma perdo troppo tempo a stare dietro alle stronzate delle fotocopie, delle mail, delle associazioni, delle presentazioni e succede che perdo di vista le cose importanti. Che poi non sono “Cose”. Le cose importanti sono le persone. Le persone importanti non sono solo persone importanti, sono rapporti, sono parole, sono “Come stai?” e “Ti voglio bene” lasciati indietro, appesi ad un attaccapanni in attesa che arrivi il momento di farli uscire a prendere un po’ d’aria. Io poi, ardente pazienza non ne ho mai avuta. Manco tiepidina, ad essere proprio sinceri. La pazienza ed io diciamo che non ci siamo mai incontrate, ecco, è più corretto così. Ho sempre cercato di non dover attendere, smaniare, risolvere tutto appena possibile, in tempi rapidi. E le persone, i rapporti, hanno bisogno di tempo per decantare quando sono tesi, ma anche di tempo da dedicare, quando il tempo non c’è. E quindi mi trovo in macchina, di ritorno da Monopoli, a riflettere, ad avere voglia di sentire quelle voci che ho lasciato indietro e ogni tanto stacco qualcuno dall’attaccapanni giusto per dirgli quel “Come stai?”. Ma non può durare. Una pianta, se non la annaffi, secca. Anche se la annaffi troppo muore. Insomma, bisogna trovare un equilibrio che io non riesco ad avere con me stessa, figuriamoci con le piante o con le persone. Quindi, amici miei (si che siete pochi), perdonatemi. Non ho smesso di volervi bene, ho solo poco tempo per dimostrarvelo.

Il tempo che mi resta per riflettere, prima di piombare a mattone sul letto, vorrei dedicarlo a degli scazzi che, come sempre, accompagnano la mia quotidianità.

  • Alla formazione del Servizio Civile ci insegnano come DIFENDERE LA PATRIA dalla fessa delle mamme loro, che di necessità di essere difesa sicuramente ne ha di più. Nella stessa occasione si inneggia al populismo, al razzismo e all’intolleranza, quindi Benvenuti Fasci e Addio Solidarietà. Domani ci sarà un altro di questi incontri di DeFormazione e mi sa tanto che porterò con me il libro che mi ha regalato Francesca (Animali, fiori e insulti) per mantenere la calma e non alzare fortissimo il pugno in faccia a qualcuno che se lo meriterebbe. Non ho ancora trovato il petrolio, quindi la mia macchina continua ad aver bisogno di essere abbeverata per farmi i lunghi tragitti che sono costretta a fare per questi incontri di pseudoformazione che si concludono, solitamente, a tarallucci e vino.
  • Sono ancora vicepresidente della mia associazione, ma questo non ha ancora portato una vera rivoluzione sul piano organizzativo. Continuiamo a fare le cose all’ultimo momento e continuo ad esaurirmi per cavare fuori dal cilindro del tempo che non ho.
  • Il mio fidanzato non partirà per il momento, ma inizierà a lavorare a breve (fine maggio, massimo metà giugno) e con grande probabilità questa sarà l’estate in cui ci vedremo meno in tutta la vita, perché tra i miei orari e i suoi sarà veramente un’impresa.
  • Faccio dei sogni del cazzo che mi ricordano quanto sono problematica e paranoica e mi sveglio già incazzata a prima mattina.
  • Non so come cacchio vestirmi perché le temperature oscillano dalla Savana alla Taiga in mezza giornata.
  • Ho già finito lo stipendio di questo mese, prima ancora di averlo preso.
  • Mangio male e mi sento in colpa con me stessa.
  • Sentivo il bisogno di scrivere, ma ora mi rendo conto che lo sto facendo solo perché non ho sonno. Maledetta ora legale.

Spero che la prossima volta che mi siederò al pc potrò dire qualcosa di meno pesante.