Archivi tag: ricordi

Sei

Standard

Non sei più quel che eri un tempo ed ora sei quel che c’è di diverso da me.

Cambiare, evolversi, mutare, apprezzare le novità, farle diventare nuova linfa e rinnovata routine. Delle risate belle, sentite, leggere, accompagnate da una Tennent’s o un buon cocktail in un locale anni trenta con le compagnie improvvisate e incastrate, perché alla fine siamo tutti spinti dalla voglia di stare bene e non restare soli in un sabato sera di Novembre freddo e ventoso. Mi sono riappropriata della mia femminilità, della sensualità di alcuni capi d’abbigliamento che non avrei potuto indossare fino a qualche mese fa a causa dei commenti poco gentili del mio ex o dei chili in più che in questo tempo ho perso. Ho riconquistato quella follia buona, quella che ti fa prendere e partire per la voglia di stare bene. Ho osato rimettermi in gioco, ancora una volta, riconsiderare amicizie, rapporti, relazioni e ancora una volta mi sono stupita della stupidità di certi pregiudizi, di segreti detti a denti stretti, di tutti gli immaginari da condividere e da scrivere di notte attorno ad una statua in una piazza vuota. Mi sento diversa, mi sento più grande. Continuano a darmi 22 anni, continuo a stupirmi di falsi trentenni diciannovenni, ma lo faccio consapevole del fatto che l’età non è relativa. L’età è un indicatore, un range in cui racchiudere le esperienze possibili e quelle impossibili da fare entro un certo traguardo. Un traguardo che ognuno stabilisce, se vuole. Se non vuole, si può lasciar fluire.

Ho 27 anni e li sento tutti. Sento i miei 12 anni senza tette con le femmine della mia classe che mi sfottevano perché non avevo mai baciato nessun ragazzo. Sento i miei 15 in quella stanza alla fine del corridoio, con tutte le candele in fila a forma di cuore ed un quindicenne in cravatta in ginocchio con gli anelli in mano. Sento i miei 19 anni da sola nella mia stanza che piango e tremo perché il mondo mi crolla addosso e non posso fermarlo. Sento i 20 davanti alla tv a guardare il trash televisivo in attesa di spaccarmi di birra all’Harpos con Bender, l’amico di una vita. Sento i 23, pesanti, pieni di responsabilità e di dolore. E sento anche quest’ultimo anno, i miei 27 anni iniziati con tante certezze e diretti verso mille interrogativi che mi rimettono in gioco ancora una volta, con tutti i miei bagagli emotivi e le valigie piene di sguardi, di sorrisi, di pensieri sconci e maldestri, di paure e di pulsioni ed impulsi di vita. Valigie che ormai fanno fatica a chiudersi, ma che continuano a riempirsi dopo serate e giornate come quelle che sto vivendo, ricche, piene, da perdere il fiato.

Ehi, vuoi cambiarmi?

Annunci

Acrostici ed altre complicanze

Standard

Ho deciso di partecipare ad un Poetry Slam. Se non sapete di cosa sto parlando, cercatelo su Google. Per farlo devo rimettermi a scrivere poesie. Rimettermi, esatto, perché le scrivevo io, le poesie. Ero pure brava a trovare gli incastri, le rime, i ritmi e le assonanze. Lo sono ancora, ma mi mancano i temi. Non so da dove iniziare. Non ho quel tipo di malessere ispirato che mi può far venire fuori qualcosa di buono. Non ho neanche uno straccio di musa ispiratrice. Oddio, in realtà qualcosa di simile c’è, Xela, un unicorno paciocchino che mi scrive dal nord barese, ma non scatena nulla che somigli vagamente ad una poesia. Soprattutto non è Marlen.

Marlen sapeva cosa servisse per farmi partire. La sua fumosità, il suo fascino celato nel fumo di una sigaretta mai accesa, le note di “Panico!” ad accompagnare i suoi sguardi. Vedete? Basta qualche ricordo. Vorrei sapere dov’è, anche guardare da lontano la luce che avrà trovato, fuori da quella camera buia che mi faceva viaggiare. Che poi era così dannatamente vicina, ad un soffio. Non so cosa mi abbia impedito di toccarla, di soffiarle sul collo senza appannare un vetro messo lì a dividerci. Avevo paura, questo si. Paura che fosse vera, che fosse reale, che potesse vedere il suo riflesso nei miei occhi bramanti di sogni, fantasie, paesaggi e mille altre vite, quelle vite irraggiungibili a 300 all’ora che non abbiamo mai preso al volo. E quindi resta così, un ricordo sbiadito, un verso di una canzone che mi fa rabbrividire ogni volta che la ascolto, un angolo buio che rimane abitato dalla sua essenza, un vuoto dove alberga un mondo pieno di oscuri demoni e galassie di impulsi ed istinti disadattati.

Chissà dove sei, Marlen. Chissà chi ti canta, ora.

“Ti amo, Stronza”

Standard

Che cazzo piangi? Cosa gridi, che tanto non ti sente nessuno?

Accadde Oggi (che sia maledetto) mi ripropone questa citazione di un tizio con cui mi vedevo otto (cacchio, otto!) anni fa. Non voglio parlare di lui, voglio parlare dell’impatto di questo ricordo su di me. “Ti amo, Stronza!” non è solo quello che sembra, è una definizione accurata di ciò che ero e che ha modificato il mio modo di vedere le cose successivamente. Mi spiego meglio: se non ci fosse stata questa frase, non avrei capito che il mio comportamento stava ferendo qualcuno e non sarei stata in grado di capire come rimediare. O non rimediare. E quindi torna il passato, quel “campo di addestramento” che mi ha fatto penare per una giornata intera. Non sono d’accordo con chi dice che il passato è passato. Noi siamo quello che viviamo, che affrontiamo, siamo la traccia del nostro passato, siamo il libro che racchiude la nostra storia. Un libro che può caderci in testa cadendo da una libreria anche, colpirci e farci male. Afferrare quel libro e riporlo nello scaffale è la cosa giusta. Resistere alla tentazione di rileggerlo è difficile. Quando succede ovviamente fa male, devasta. La consapevolezza, tuttavia, di aver attraversato quelle pagine e di essere ancora in piedi, è la motivazione giusta per ricominciare, ancora, di nuovo, dall’inizio. I mostri non andranno via, però sapremo come affrontarli qualora dovessero ricomparire senza avvisare.

La paura non passa, non si supera. Si impara a conviverci.