Archivi tag: riflessioni

The answer lies within

Standard

Domande e risposte che si sprecano. Risposte date a caso, un po’ per ridere, un po’ per non pensare. Le domande non finiscono mai. Anche nel migliore dei momenti, quando inizia una settimana con il sole in faccia, con la voglia di spaccare il mondo, si giunge a fermarsi un attimo, mentre la testa continua a girare, e a guardarsi intorno. Il mondo non ti aspetta, va, insiste nelle sue ragioni e non te ne spiega neanche una. Ci devi stare, se non vuoi sopperire alla mancanza. Mancanza di cosa? Non l’ho ben capito, è una condizione che mi porto dietro da troppo tempo e che tuttora non ha una spiegazione. E non serve circondarsi di nuovi stimoli, si torna sempre al punto di partenza. Cosa vuoi farne della tua vita? Dove pensi di stare andando? E soprattutto con quali premesse e promesse? Sono stanca di evitare le risposte, sono stanca di non averne. Dovrei rimettermi a leggere, a studiare, ad approfondire. So solo ciò che ho fatto finora, vivo delle mie esperienze passate e di ciò che mi è stato tramandato, auspico alla sperimentazione nelle relazioni sociali perché mi facciano scoprire qualcosa di più, qualcosa che mi dia modo di riconsiderare i miei errori e di risalire la china. Sento la musica perché mi fa ancora Sentire qualcosa. Le cuffie, le casse, vibrazioni positive o semplicemente vibrazioni sincere, che non hanno bisogno di scuse, di spiegazioni, di chiacchiere vacanti. Ho lasciato da parte questa dimensione per un po’ di tempo ed adesso è rientrata prepotentemente nelle mie necessità. Parlo di necessità perché è l’unica vera compagna di vita. Oltre il blog, la scrittura, tutti voi invisibili lettori delle mie paranoie. Passo talmente tanto tempo a dedicarmi a tutto che ho tralasciato il mio niente. Perché scrivere sul blog non è niente, non sei una scrittrice se scrivi su un blog. Non sei una cantante se registri i brani e li metti su youtube. Non sei una segretaria se non hai esperienza. Non voglio parlare di questo, voglio essere libera di dire che mi sento frustrata. Non mi si riconosce ciò che faccio e quando succede c’è sempre una fregatura. E non venitemi a dire: “È la vita, va così”. Va nammerda, fatevelo dire. Ci avete rotto il cazzo con questa saggezza spicciola. Non ne voglio sapere. Voglio ritornare alla mia campana di vetro con la mia colonna sonora, senza giudizi, pregiudizi e rotture di palle. E una bottiglia di Carlsberg, se possibile.

Annunci

“Ti amo, Stronza”

Standard

Che cazzo piangi? Cosa gridi, che tanto non ti sente nessuno?

Accadde Oggi (che sia maledetto) mi ripropone questa citazione di un tizio con cui mi vedevo otto (cacchio, otto!) anni fa. Non voglio parlare di lui, voglio parlare dell’impatto di questo ricordo su di me. “Ti amo, Stronza!” non è solo quello che sembra, è una definizione accurata di ciò che ero e che ha modificato il mio modo di vedere le cose successivamente. Mi spiego meglio: se non ci fosse stata questa frase, non avrei capito che il mio comportamento stava ferendo qualcuno e non sarei stata in grado di capire come rimediare. O non rimediare. E quindi torna il passato, quel “campo di addestramento” che mi ha fatto penare per una giornata intera. Non sono d’accordo con chi dice che il passato è passato. Noi siamo quello che viviamo, che affrontiamo, siamo la traccia del nostro passato, siamo il libro che racchiude la nostra storia. Un libro che può caderci in testa cadendo da una libreria anche, colpirci e farci male. Afferrare quel libro e riporlo nello scaffale è la cosa giusta. Resistere alla tentazione di rileggerlo è difficile. Quando succede ovviamente fa male, devasta. La consapevolezza, tuttavia, di aver attraversato quelle pagine e di essere ancora in piedi, è la motivazione giusta per ricominciare, ancora, di nuovo, dall’inizio. I mostri non andranno via, però sapremo come affrontarli qualora dovessero ricomparire senza avvisare.

La paura non passa, non si supera. Si impara a conviverci.

La catena della bici

Standard

La catena della bici è alla base del funzionamento della bici. Si arrugginisce, scende dal suo posto e si inceppa, è piena di grasso e si becca tutto il fango quando piove, ma resta a fare il suo lavoro, ritorna sempre su se stessa e permette alla ruota posteriore di girare. Poi arriva una bella discesa e la catena si ferma, si riposa momentaneamente, godendosi il vento tra le fessure. La catena della bici è essa stessa la bici. Senza la catena, non si va, è inutile, puoi pedalare quanto ti pare, resti lì fermo. In questo momento sono una bici senza la catena.

I miei sono appena partiti e sto solo pensando a come potranno essere questi giorni di solitudine e riflessione. Senza parlare con mia madre, senza le battute sceme di mio padre, senza il piatto fumante a tavola e le robe stirate nell’armadio. Mi prende l’ansia, non rimanevo così “sola” da quando nel 2010 ci andai a vivere, da sola. In quel periodo volevo allontanarmi, avevo l’alcol, le sigarette e tanti amici con cui condividere pezzi di quella vita sregolata e priva di CFU. Sono passati sette anni, bevo poco, non fumo più, ho una relazione stabile ed una specie di lavoro che mi tiene impegnate le giornate anche più di quanto vorrei, lontano da questa stanza che continua a ripetermi STAI DA SOLA, FAI QUALCOSA CHE NON FARESTI. Così apro il pc e mi metto a scrivere. Con Petra che canta questo pezzo che mi fa sentire esattamente come se stessi librando sopra le sue note e mi perfora il cuore con le parole che non vorrei sentirmi dire, ma che, effettivamente, sono quelle giuste.

Un vecchio errore vuole inseguirmi
e incatenarmi e transcinarmi lì davanti
ad ogni specchio per dirmi: guardati…
io non mi guardo, giro lo sguardo…
la so a memoria fin troppo questa storia

è uguale che non ci sia o che ci sia…
ci provi lo specchio a inghiottire
nell’apparenza
l’orgoglio – è quello che voglio –
della mia assenza
vedi, ho pagato già il mio soldo di verità…
un vecchio errore pagato caro, un gesto avaro,
avevo il cuore duro allora… ero più amaro…
ero più giovane…
niente di niente… spiega alla gente
cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’amore,
senza mai fare neanche un errore…
ci provi lo specchio a inghiottire
nella sua acqua cupa
non l’apparenza, ma il volto
che l’assenza, sciupa…
vedi, vedi… ho pagato già mio soldo di verità…
un vecchio errore pagato caro, un gesto avaro,
avevo il cuore duro allora… ero più amaro…
ero più giovane…
niente di niente… spiegalo alla gente
cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’ amore,
senza mai fare neanche un errore…

Riconoscere l’errore, capire di non volerne commettere altri, non rischiare, non prendersi la colpa, non piangere, non avere ginocchia sbucciate e le cicatrici che nascondono storie più o meno celate da una memoria a volte limpida, a volte offuscata dai sentimenti, dalle sensazioni. Ora che mi addentro nel cd si vede che lascio più andare i pensieri per la loro strada. Mi mancava questa sensazione di fluidità, come se stessi suonando assieme a loro, alla loro musica Nuda che nuda non è.

Squilla il telefono. Cazzo.

Perché non lo spegni? Perché è lui, la felicità. Non voglio tenerlo fuori da questo momento. Ci sta, verrà, lo aspetto.

Ho paura di crollare, dicevo. Il silenzio, la solitudine, la casa troppo grande solo per me. Stanotte ci sarà lui a tenermi la mano, ma domani? Dopodomani? Ce la farò a resistere alla voglia di essere sempre al centro della sua vita? A cercare la mia dimensione? Senza la mia migliore amica, lontana chilometri su una spiaggia dorata, senza il mio migliore amico, lontano anni da questa terra, senza la mia felicità, incatenata agli ombrelloni e ad un’altra sabbia, di un dorato diverso, più vicino, ma sempre troppo lontano da qui.

La mia catena è caduta mentre ero a metà di una salita. Devo solo decidere se fermarmi e godermi la frescura ed il panorama, mettermi a lavoro per rimontarla o lasciarmi cadere senza controllo verso quella discesa dalla quale sto risalendo.

Per ora il vento culla questi pensieri. Domani, forse, reagirò.