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La catena della bici

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La catena della bici è alla base del funzionamento della bici. Si arrugginisce, scende dal suo posto e si inceppa, è piena di grasso e si becca tutto il fango quando piove, ma resta a fare il suo lavoro, ritorna sempre su se stessa e permette alla ruota posteriore di girare. Poi arriva una bella discesa e la catena si ferma, si riposa momentaneamente, godendosi il vento tra le fessure. La catena della bici è essa stessa la bici. Senza la catena, non si va, è inutile, puoi pedalare quanto ti pare, resti lì fermo. In questo momento sono una bici senza la catena.

I miei sono appena partiti e sto solo pensando a come potranno essere questi giorni di solitudine e riflessione. Senza parlare con mia madre, senza le battute sceme di mio padre, senza il piatto fumante a tavola e le robe stirate nell’armadio. Mi prende l’ansia, non rimanevo così “sola” da quando nel 2010 ci andai a vivere, da sola. In quel periodo volevo allontanarmi, avevo l’alcol, le sigarette e tanti amici con cui condividere pezzi di quella vita sregolata e priva di CFU. Sono passati sette anni, bevo poco, non fumo più, ho una relazione stabile ed una specie di lavoro che mi tiene impegnate le giornate anche più di quanto vorrei, lontano da questa stanza che continua a ripetermi STAI DA SOLA, FAI QUALCOSA CHE NON FARESTI. Così apro il pc e mi metto a scrivere. Con Petra che canta questo pezzo che mi fa sentire esattamente come se stessi librando sopra le sue note e mi perfora il cuore con le parole che non vorrei sentirmi dire, ma che, effettivamente, sono quelle giuste.

Un vecchio errore vuole inseguirmi
e incatenarmi e transcinarmi lì davanti
ad ogni specchio per dirmi: guardati…
io non mi guardo, giro lo sguardo…
la so a memoria fin troppo questa storia

è uguale che non ci sia o che ci sia…
ci provi lo specchio a inghiottire
nell’apparenza
l’orgoglio – è quello che voglio –
della mia assenza
vedi, ho pagato già il mio soldo di verità…
un vecchio errore pagato caro, un gesto avaro,
avevo il cuore duro allora… ero più amaro…
ero più giovane…
niente di niente… spiega alla gente
cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’amore,
senza mai fare neanche un errore…
ci provi lo specchio a inghiottire
nella sua acqua cupa
non l’apparenza, ma il volto
che l’assenza, sciupa…
vedi, vedi… ho pagato già mio soldo di verità…
un vecchio errore pagato caro, un gesto avaro,
avevo il cuore duro allora… ero più amaro…
ero più giovane…
niente di niente… spiegalo alla gente
cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’ amore,
senza mai fare neanche un errore…

Riconoscere l’errore, capire di non volerne commettere altri, non rischiare, non prendersi la colpa, non piangere, non avere ginocchia sbucciate e le cicatrici che nascondono storie più o meno celate da una memoria a volte limpida, a volte offuscata dai sentimenti, dalle sensazioni. Ora che mi addentro nel cd si vede che lascio più andare i pensieri per la loro strada. Mi mancava questa sensazione di fluidità, come se stessi suonando assieme a loro, alla loro musica Nuda che nuda non è.

Squilla il telefono. Cazzo.

Perché non lo spegni? Perché è lui, la felicità. Non voglio tenerlo fuori da questo momento. Ci sta, verrà, lo aspetto.

Ho paura di crollare, dicevo. Il silenzio, la solitudine, la casa troppo grande solo per me. Stanotte ci sarà lui a tenermi la mano, ma domani? Dopodomani? Ce la farò a resistere alla voglia di essere sempre al centro della sua vita? A cercare la mia dimensione? Senza la mia migliore amica, lontana chilometri su una spiaggia dorata, senza il mio migliore amico, lontano anni da questa terra, senza la mia felicità, incatenata agli ombrelloni e ad un’altra sabbia, di un dorato diverso, più vicino, ma sempre troppo lontano da qui.

La mia catena è caduta mentre ero a metà di una salita. Devo solo decidere se fermarmi e godermi la frescura ed il panorama, mettermi a lavoro per rimontarla o lasciarmi cadere senza controllo verso quella discesa dalla quale sto risalendo.

Per ora il vento culla questi pensieri. Domani, forse, reagirò.

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Burnout

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L’entusiasmo è una componente fondamentale nel terzo settore. La motivazione muove le cose, non c’è nessuno stimolo esterno, premio di produzione o rinforzo positivo a dirci di tenere duro e non mollare. Ci sono le parole, quelle si, i gesti e le pacche sulle spalle, ma dopo anni di frustrazioni anche quelle si dimenticano. Il burnout è un fenomeno che “brucia” letteralmente i lavoratori, in particolare quelli che operano nel sociale. Vivere a stretto contatto con situazioni di degrado e osservare i processi dannosi ripetersi costantemente può essere una delle maggiori cause di questa sindrome. Si va incontro all’apatia, alla depressione, all’insonnia e alla mancanza di empatia. Tutto questo, tuttavia, lungo un lento cammino di delusioni e amarezze. Come quando alle scuole medie la prof. guardava la classe e diceva: “Che voi studiate o meno, lo stipendio lo prendo comunque, non è un mio problema.”. Ecco, quella insegnante ha fatto il primo passo verso questa lenta ed inesorabile discesa. In fondo c’è un però. C’è un modo fai da te (perché non ho trovato questa soluzione nei libri o su wikipedia) per combattere l’incidenza di questo fenomeno: urlare addosso a qualcuno. Non è un modo di dire, deve essere proprio presente e la voce deve fuoriuscire colpendo vistosamente il corpo del malcapitato, ma entriamo nel dettaglio.

La scorsa settimana ho avuto una piccola discussione telefonica con una collega, niente di particolarmente rilevante, pensandoci a mente fresca. Una discussione, tuttavia, arrivata nel momento peggiore, a coronare una settimana già stressante di suo e con un grado di rottura di coglioni tra l’otto e il nove (per dirla alla maniera di Rocco Schiavone). Fatto sta che, trovandomi in un ambiente dove anche gli altri stavano lavorando, non avrei potuto dare libero sfogo alla mia ira. Sorridendo, ho lasciato momentaneamente l’ufficio ed ho occupato il marciapiede di fronte. Da quel momento ricordo solo di aver urlato, non so neanche cosa. Ero veramente incazzata e quando non ne ho potuto più ho chiuso la telefonata dicendo “Ci risentiamo più tardi!”. Tornata in ufficio, dove sono comunque l’ultima arrivata e nessuno entra troppo nei particolari delle cose che non riguardano strettamente il lavoro, ho percepito uno sguardo diverso negli occhi dei miei colleghi, come se avessero scoperto che la stessa persona che allieta il venerdì con i muffin al cioccolato e non si lamenta se fa un’ora e mezza di straordinario non retribuito nasconde un lato oscuro temibile. Poi ho chiarito con la collega, stabilendo una tregua civile, ma quel momento mi è servito a riprendere il lavoro con maggiore consapevolezza e con la giusta carica per affrontare il resto della giornata. Poi vabbè, io ho l’incazzatura facile e questo si sa. Ieri stavo per litigare con una persona che ha parcheggiato in un posto riservato ai clienti della posta quando alla posta non ci è stata e oggi ho gridato APRI GLI OCCHI! ad uno che allo stop guidando un camion parlava con un passante sul marciapiede. Nonostante il mio brutto carattere, o forse proprio grazie a questo, mi sono fatta una bella trincea accogliente lontano dalle teste di cazzo. Ogni tanto qualcuno si trova a suo agio (come Francesca, con la quale ormai si è consolidato un rapporto molto divertente e spero anche sincero) e ci resta magari a farmi compagnia, altre invece è il posto ideale per ritrovare la grinta per riprendere il controllo.

Intanto qualche bella soddisfazione arriva. Magda ha organizzato a Noci una presentazione per Il passato è un campo di addestramento degna di nota. Sono intervenute molte persone interessate e giornalisti che hanno scritto recensioni ed interviste. Ho scoperto che il libro è in vendita sui canali online come Ibs e Mondadori, insomma, qualche bella notizia che migliora la giornata ogni tanto c’è.

Obiettivi e buoni propositi per la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno nuovo:

  • Natale con Pielo ad Ostuni
  • Praga con Pielo per l’Epifania
  • Compleanno di Pielo alla Spa
  • San Valentino
  • Compleanno mio
  • Bersani al Teatro Palazzo
  • Baustelle al Petruzzelli
  • Robbie Williams a Verona con Francesca.

Biglietti presi, prenotazioni effettuate, più motivati di così non si può!

Ti amo, stronza.

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Non è vero che non si cambia per amore. Ne sono la dimostrazione lampante. Oggi ho portato Pielo in uno dei miei posti preferiti da quando sono qui per il solo piacere di condividerli con lui. Volevo che provasse le mie stesse emozioni stendendomi sulla sabbia fine di Pilone e che rimanesse senza fiato salendo le ripide stradine di Ostuni. È stato fantastico. Averlo accanto, stringergli la mano, cenare assieme da soli in mezzo alla gente.

“Accadde oggi” di Facebook mi ricorda l’espressione che dà il titolo a questo post: “Ti amo, stronza!”. Un amico di mio cugino perse la testa ed io non ne volevo proprio sapere. Gli ho mentito, gli ho fatto male, ho giocato con i suoi sentimenti senza rimorso. Mi rendo conto ora di quanto pesino quelle parole e di come sia stato difficile da parte sua pronunciarle in mia presenza. Mi dispiace per ciò che ho fatto, deve essere stato terribile.

Sono cambiata. E forse era anche ora.