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Provarci

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No ragazzi, non funziona. Ci sto provando quando posso a mettermi sulla storia, quella nuova, quella di Laura, la bimba bella con la famiglia a pezzi, ma non ci riesco. Mi annoia. Non è come Eve, Laura ha bisogno di cura, di tempo, di ragionamento. Eve è istinto primordiale e carne, tutta un’altra storia. Mi fa sentire frustrata, perché Laura mi piaceva, all’inizio. Sembrava interessante ragionare sulla crescita di una persona, su ogni sua difficoltà, sui cambiamenti, sugli sbagli, e invece è di una noia mortale. Laura, sei una palla. Lo so, sei all’inizio, dobbiamo ancora conoscerci, ma non mi piaci così tanto. Non ho voglia di scrivere che hai iniziato a gattonare e ad isolarti dal mondo mentre i tuoi ti lasciano con una babysitter che non ti caga.

La verità è che sei nata perché me lo hanno chiesto, non perché ti volessi. Così ho cominciato a buttare giù qualche idea, a cambiare stile narrativo per passare dalla prima alla terza persona, a non usare espressioni scurrili e volgari e niente, è una faticaccia inutile.

Laura, mi sa che dovrai cercarti un’altra mamma.

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È notte

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Piove, sono quasi stanca, i miei dormono, la luce gialla mi mantiene sveglia e ho il pc sulle ginocchia: il momento giusto per rimettermi a scrivere. Sono irritata da delle cose che sono successe negli ultimi giorni, frutto della necessità di delegare e dell’insoddisfazione per non avere il controllo. Sono di nuovo piena di dolori, finalmente. Era tanto che non mi lamentavo così. Sono a pezzi. Nel senso più fisico e pratico del termine. Tipo che se dovesse andare a fuoco la casa rimarrei a sentire l’odore di pancetta che fanno i miei polpacci tra le fiamme. Stare in ufficio per molte ore al giorno mi sta accrescendo l’ironia (specie perché con tutte quelle donne devi saper pungere senza farti notare, sennò ti fottono). C’è un pelouche a forma di orso che mi guarda. Vorrei dirgli “Amico, non ho niente da raccontarti, solo routine.” e sarebbe vero. Il mio ragazzo va a Milano alle finali di un contest. Domani mi faccio la permanente. Queste le ultime notizie, di chiù nin zo (sono finita a citare Martufello, qualcosa mi sta sfuggendo di mano). Sembra che le cose stiano andando dove dovrebbero, ma non ho proprio il tempo per godermele. Si parla di tante cose, belle e meno belle, ma tutto con superficialità e senza prendersi troppo sul serio.

Ora vado a dormire. Ho scritto, domani mi sentirò meno in colpa. Poi rileggerò questo post, lo troverò una merda e probabilmente lo eliminerò.

Arrivederci.

La puerpera letteraria

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Ormai la domanda è ricorrente: a quando il secondo? Non parliamo di figli, ma di libri per fortuna. Partiamo dal fatto che neanche il primo sarebbe dovuto esserci, è capitato, come si suol dire. È stato frutto di un amore fugace, di tanta sofferenza, una gravidanza a rischio fin quasi al parto (o forse anche un po’ dopo). Il parto, dicevo, è avvenuto in maniera naturale, come se fosse normale scrivere un libro, pubblicarlo e presentarlo a Bologna. Già da lì ho iniziato a capire che è bello essere in dolce attesa, ma dopo la nascita vengono fuori i primi problemi. Al battesimo il bambino non c’era. Ve l’immaginate? Padrino e madrina tutti imbellettati, parenti ed amici emozionati e davanti all’altare la mamma imbarazzata che dice: “Non è riuscito a venire… provvederemo a farvi visita quando arriverà, casa per casa.”. È successo esattamente così. Poi finalmente ha avuto il coraggio di farsi vedere dagli amici, dai parenti, dai più vicini e dai più lontani, ricevendo i complimenti anche da esperti del settore. Adesso che inizia a camminare da solo, le domande si fanno incalzanti: “Beh, ma dopo il primo ci farai un secondo? O magari anche un terzo, sarebbe bella una trilogia! Hai già iniziato a pensarci?”. Si, ci penso continuamente. Lo so che non bisogna far passare troppo tempo tra un figlio e l’altro altrimenti cresceranno come due figli unici, ma ragazzi, il tempo non c’è. E quando c’è è occupato in faccende diverse, tipo il relax o la vita sentimentale. Poi ho paura che non possano andare d’accordo, che non ami il secondo quanto il primo, che sia più stupido e che nessuno lo consideri all’altezza del primogenito. E non è detto che nasca, può darsi che resti un desiderio e che nonostante i tentativi non voglia venir fuori. Insomma, non lo so. Per ora mi prendo cura di questi bimbi grandi chiamati blog (che nessuno considera, ma che sono alla base del mio desiderio di scrivere) e poi si vedrà. Intanto non perdete di vista il primo: mi sta dando grandi soddisfazioni nonostante la giovanissima età.