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Morire, dormire. Dormire, sognare, forse.

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“Il mio corpo vibra di te, della tua assenza, del tuo piacere.”.

Sognare, per davvero, con gli occhi aperti e la vita fra le mani.

Ho fatto una follia, come tante nella vita. Sono partita, di sera, verso luoghi e mondi sconosciuti, facendomi sorprendere dalle luci nella notte dietro una collina e dal panorama sconfinato verso il mare, il cielo e l’immensità. L’ho voluta, profondamente. Ho messo su il mio cd del periodo, un disco educato dal titolo “Gradisce dell’Indie?” e mi sono lasciata trasportare verso la costa alle mie spalle. La notte mi ha dato rifugio, sollievo, mi ha accolta tra le sue braccia sulle note che avevo scelto, sorprendendomi. Come tutta la gente della notte, mi sono accomodata in quell’oscurità, prendendomi il mio spazio. Ho raggiunto degli occhi grandi e scuri, al di là delle stelle a me conosciute, delle mani assetate, delle labbra avide e calde. Ho raggiunto me stessa, ho ripreso contatto con quella parte che chiede, pretende e talvolta si impone. L’ho recuperata dal baule impolverato dell’oblio e in gran spolvero le ho fatto respirare quella stessa libertà. Ho raggiunto la voglia, la sete, la fame, la carne, il sangue e la fragranza pungente di una mela peccaminosa appena addentata, ma non mi è bastato. A morsi nervosi, carichi, pregni di violenza, ne ho staccato ogni piccolo pezzo fino al torsolo, nudo, inutile. Soddisfatta, ma non sazia, ho abbandonato il vero per l’onirico e al mio ritorno ho cercato quel torsolo per addentarlo ancora, all’osso. Avida, ingorda, ho preso la vita e ne ho fatto acqua e pane. Ho rivisto il mio corpo, nudo, allo specchio, perso nelle sue mani, nelle parole sussurrate all’orecchio, da far rabbrividire. Penso a questo stesso corpo che ormai gli appartiene, usato e coccolato a suo piacimento conservandone rispetto e devozione, sporcato dal suo odore e ripulito dalle sue parole. Veleno, pozione, elisir: tutto per rendermi me stessa, per riprendermi il mio posto, il mio io. È poesia, è musica, è arte. È l’ispirazione che cercavo, lo stimolo a riaccendermi. E se riprendo il controllo, non mi controllo più.

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Attenti al loop

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La testa che gira, le mani che tremano, il freddo, i brividi nonostante i 40 gradi di temperatura, l’illusione del baratro e la paura di cadervi.

Ho pensato a mille cose in questi giorni, alcune belle, altre meno. Sono stata sincera, per mezza volta nella vita ed ho perso un’altra persona per aver confessato i miei peccati. Fa parte del viaggio, fa parte del gioco. Eppure lui sta sempre lì, con le sue belle convinzioni e la sua voglia di uscire dalla routine. Ed io scema che continuo a guardare in quella direzione. Mi prende l’anima, me la calpesta e dopo ci gioca a calcio come se non gli importasse, e forse davvero non gli importa. Perché mentre sono qui che ricalcolo i miei progetti ed i miei sogni, i nostri sogni, lui vive bene, vive male, non esiste differenza. Lui vive altrove e non mi degna di un pensiero, neanche minimo. Non di quelli visualizzabili, almeno. Ma non è questo il punto. Il punto è che torno sempre li, in loop. Ritrovo la via per non stare male, rido, sorrido, mi agito, stesa sulla sabbia sento il cuore palpitare pensando a quel mare scuro che ho scritto, a quel desiderio di viverlo con lui, non riesco a godermi il cielo, gli amici e le parole. Sono assente, in un limbo che mi lascia senza vie di scampo, un’astrazione negativa che vorrebbe distruggere il mio entusiasmo. E quindi capita che, col fiatone, mi ritrovi a scrivere in ufficio, mentre ognuno pensa ai fatti suoi e la testa continua a girare. L’ho detto e stradetto milioni di volte, lui è stato quello giusto. D’ora in poi ci possono essere solo strane imitazioni, allucinazioni, e anche lui stesso non sarà più ciò che era. “Se tornasse, non ci torneresti insieme?!” mi chiede Gianni da dietro il suo pc. No, Gianni, no. Mi ha segata in due senza magia, ho ancora le ferite aperte e lui pensa a quando dovrò ridargli un basso che avevo già pensato di imparare a suonare per sentire meno la sua assenza. Il problema più grosso è che questi momenti mi prendono alla sprovvista. Sto rinforzando il carattere, il lessico, sto provando a fingere di essere cazzuta, ad immaginarmi con i capelli a spazzola per comunicare al mondo intorno IO NON RIDEREI AL TUO POSTO, TI SPACCO LA FACCIA. Eppure, quando mi sento più sicura e penso di poter affrontare qualsiasi cosa, mi scivola dalle mani il senso di cazzutaggine e mi faccio piegare come una canna al vento. Mi nutro di canzoni quelle belle, quelle piene di emozioni e che mi fanno viaggiare, ma finisce sempre, a notte fonda, che i miei pensieri convergano su di lui, su cosa stia facendo e su quanto mi piacerebbe leggere il suo messaggio della buonanotte. E non succede. Zero messaggi in arrivo. Tranne quelli del mio squadrone, ovvio. Loro ci sono sempre, con i loro impegni, i loro sogni hanno, comunque, sempre spazio per me. E lui, dopo tre anni, questo spazio non è riuscito a trovarlo. Per questo dovrei odiarlo e smettere di pensarci, ma purtroppo lo amo. E l’amore, nonostante le batoste, non ti abbandona facilmente. Chiaramente sto cercando di reagire, ci provo ogni giorno. Conosco persone, ci esco, faccio tardi e bevo la mia birra da stonatura (che purtroppo mi ha sviluppato un alto livello di tolleranza e mi fa male sempre meno) senza pensare a quel battito speciale che sapeva provocarmi.

Quando torno a casa, però, mi aspetto sempre di voltarmi e vederlo andare via, sorridendo e facendo il cuoricino che balla la sigla dell’ora esatta. E sono, veramente, le stronzate dolci e cretine a farmi vacillare e riconsiderare tutto, ad attribuirmi colpe e a pensare di poter ricostruire i miei castelli di sabbia, pur sapendo che la prima onda li porterà via.

Ho bisogno di ricominciare a sognare.

Voltare pagina

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A volte sento l’esigenza di lasciarmi andare. In questi momenti mi sento molto leggera, fuori diluvia, in casa il vento fa sbattere le finestre, ma io penso solo alla musica (on air: Pull me under – Dream Theater) e a cercare di abbandonare i pensieri che provano a buttarmi giù. Il pomeriggio di oggi mi ha ricordato quelli che trascorrevo a Caserta dieci anni fa, con i Dream Theater in testa e tanta gioia nel cuore. Oggi sono stata così, persa come sospesa. C’era Lui che mi abbracciava forte mentre dormivo, fuori il mondo e una pace interiore profonda. Mi piace sentirgli pronunciare il mio nome, o quell’Amorissimo che tanto faceva paura prima. Amo guardarlo negli occhi e perdermici. Sto troppo bene, tanto da saltare gli appuntamenti importanti e dedicarmi solo a Lui. Lui che è mio e nessuno riuscirà a portarmelo via.

Ed ora, con una piccola adepta, forse sono pronta a proseguire la Storia di Me.